Un anno fa, tolti i ponteggi, l'impatto fu forte. Molti eugubini non riconobbero in quell'opera restaurata il loro trecentesco Palazzo del Bargello. Ci furono delle polemiche. Oggi il restauro fa scuola, e viene celebrato da protagonisti e media, non solo in Italia. Ed è più d'una felice coincidenza che ciò avvenga nell'anno in cui si celebra il centenario della nascita di Cesare Brandi, il grande storico dell'arte fondatore e direttore dell'Istituto Centrale del Restauro. Tradotto nelle principali lingue del mondo, il suo "Teoria del Restauro" è un testo fondamentale nelle università e nelle scuole di restauro del mondo, tanto per i sostenitori quanto per gli oppositori del suo squisito "idealismo pragmatico", come lo ha recentemente e felicemente definito Antonio Paolucci su "Il Sole 24 Ore". Ossimoro che serve a ricordare come la percezione brandiana quale "atto critico" trovi pratica attuazione nell'attenzione, puntuale e coltissima, alla vita e alla storia dell'opera nella sua realtà materica, nella sua vicenda storica e nelle sue relazioni col contesto. Triplice tensione che caratterizza profondamente il restauro architettonico e delle facciate del palazzetto eugubino. Nel bene come nel male. Consapevole operazione storicamente determinata, l'intervento ci consegna un'architettura diversa da come si presentava prima dell'intervento, lontana dall'aspetto che avrebbe dovuto avere una volta licenziata come finita. Nessuna concessione alla mistificazione massmediatica dell' "originario splendore". Un'opera che denuncia la propria storicità, permettendo di godere al meglio dell'artisticità che l'informa. L'occhio si posa grato sui particolari che ritmano la bidimensionalità della superficie; percorre i disegni intessuti da sapienti scalpellini sul quel calcare che già Francesco di Giorgio, senese come Brandi, percepì bianchissimo e dall'odore soave; trascorre orizzontalmente le deliziose fasce in scaglia rosa e quasi incespica nella materia dei cornicioni dentellati. Relazioni interdipendenti che variano con la luce e la qualità atmosferica. La materia della facciata s'illumina alla luce del giorno, lasciando in ombra il lato dell'edificio che dà sull'erta dei Consoli. Poi, nei giorni in cui il sole scende verso il tramonto, l'incandescente riflesso si colora d'oro e di rame. Considerato da sé, avulso dal contesto, il Bargello è tutto in quest'angolo. Ma esso è parte d'un contesto, d'un tessuto ininterrotto di pietra, dove lo sguardo incontra la forma di un luogo e di un tempo complessivi, la vita di forme esemplari. E' proprio l'attenzione alla relazione contestuale a venir meno in tale intervento. Una mancanza generalizzata quanto comprensibile, ma che legittima lo shock culturale seguito alla rimozione delle impalcature. Perché il disagio per certe puliture non è il prezzo che paga l'incolto: è il risultato d'una legge talmente universale da accomunare per dirla con Gömbrich tanto la nostra percezione quanto quella dei pulcini. Legalità codificata a cavallo tra XIX e XX secolo, ma già intuita da Vasari. Si chiama "contrasto simultaneo dei colori": il bianco esce fortemente accentuato dal simultaneo accostamento con il nero. Così è oggi per il Palazzo del Bargello in riferimento allo splendido contesto nel quale esso s'inserisce e che contribuisce a definire. Perché di fatto l'insieme urbanistico ed architettonico funziona oggi alla percezione come un mero sfondo scuro sul quale s'impone, improvvisa e assoluta, la trecentesca residenza nobiliare. Una voce potente ed elegante certo, ma che emerge da un coro che sta cantando un'aria tutta sua. Siamo ancora alle prese con l'assenza di criteri omogenei d'intervento sul costruito che garantiscano quello che Brandi definiva il "tessuto connettivo del contesto architettonico". Rimane, sullo sfondo d'un restauro per altri versi esemplare, questo anelito brandiano alla legalità organica del contesto. Un'"ipotesi regolativa", un punto fermo cui attenersi per il futuro. Il modo migliore di celebrare la ricorrenza del centenario della nascita del genio senese. Ma si sa: siamo nani sulle spalle di giganti." [Cesare Coppari]