L'uomo che mette in formalina pecore e squali ha un patrimonio di 150 milioni di euro. Troppi, secondo i critici Consumati dal digiuno e relegati in soffitte fredde in attesa che i propri capolavori arricchiscano qualche mercante dopo la morte dell'artista? Forse andava bene nello scorso secolo. Di sicuro non è il caso di Damien Hirst: l'inglese che ha messo la BritArt in formalina. Il maestro nato e cresciuto povero quarant'anni fa a Leeds è appena entrato di slancio nella «Rich List» del Sunday Times, la classifica annuale dei Mille Più Ricchi di Gran Bretagna e Irlanda. Il creatore dello squalo «sottaceto» (oltre che di pecore, capre, teste di mucca e maiali, tutti creativamente immersi in liquido conservante da laboratorio anatomopatologico),è al 554posto, con una fortuna valutata in 100 milioni di sterline, circa 150 milioni in euro, 300 miliardi peri nostalgici delle vecchie lire. «Sono consapevole di essere più ricco di ogni altro artista della storia alla mia età», ha osservato compiaciuto Damien Hirst. E certo non gli si può fare una colpa se ha fiuto per l'affare: «È famoso per le sue macchie, ma sa sfumare meravigliosamente la linea che divide l'artista dal mercante e dal collezionista», scrive il Times. Come dimenticare il suo colpo geniale, quando ricomprò da Charles Saatchi il suo squalo per poi rivenderlo l'anno scorso a 7,5 milioni di sterline? Ora prepara una mostra a casa sua. Per questo ha acquistato un maniero a Toddington nel Gloucestershire. Un vero investimento: solo 3 milioni di sterline per 300 stanze e una dozzina di guglie. E qui viene la domanda: gli artisti così ricchi fanno cattiva arte? Jonathan Jones, critico del Guardian, cede subito alla tentazione dell'ironia: «È più facile che uno squalo sottaceto passi per la cruna di un ago che un multimilionario produca un'opera d'arte». Certo, Rubens possedeva la terra dei suoi paesaggi, fu così che potè comprarsi Het Steen e il titolo di Lord of Steen. Ma più che altro investiva con discrezione i proventi dei suoi dipinti. Il problema è quando il denaro diventa uno scopo, un'ossessione. E anche questo non è nuovo nel mondo dell'arte. Andy Warhol valeva 228 milioni di dollari quando morì a 59 anni. E l'attenzione di Salvador Dalì al lato commerciale gli meritò il soprannome anagrammato Avida Dollars. Ma a quarant'anni Hirst è di gran lunga più ricco di quanto lo fossero ì due maestri alla sua stessa età. B punto, spiega il.critico del Guardian è che «Warhol e Dalì persero la scintilla di brillantezza quando il denaro diventò centrale nelle loro esistenze». Ma almeno nel caso di Warhol c'è un'attenuante: l'artista, con il suo Roll of Bills nel 1962 fece del rotolo di banconote da dieci dollari un'icona Pop. Sopravvivrà il genio di Damien Hirst al peso delle sterline? Sono anni che se ne discute. Nel 1996 il ministro dei beni culturali Virginia Bottomley (conservatri-ce) lo indicò come il ricreatore dell'immagme di Cool Britannia, «un pioniere del movimento Brit Art». Furono felici anche gli allevatori di pecore, convinti che Hirst avesse «ridestato l'interesse internazionale nell'agnello britannico». Sull'altro lato della barricata Brian Sewell dell'Evening Standard che ha scritto: «Non penso che le sue bestie in formalina siano arte. Non le trovo più interessanti delle trote impagliate piazzate come insegna sulla porta di un pub. Anzi, direi che può esserci più arte in una trota impagliata che in una pecora morta».
Damien Hirst, il più ricco: Ma il fiuto degli affari spegne il suo genio
Damien Hirst, nato e cresciuto povero, è entrato nella classifica dei Mille Più Ricchi di Gran Bretagna e Irlanda con una fortuna di 150 milioni di euro. Il suo patrimonio è stato accumulato grazie alle sue opere d'arte, come lo squalo sottaceto, che ha venduto per 7,5 milioni di sterline. Hirst ha anche acquistato un maniero per preparare una mostra. I critici, come Jonathan Jones, sostengono che il denaro abbia reso Hirst meno creativo, mentre altri, come Brian Sewell, ritengono che le sue opere non siano arte.
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