Custodisce segreti che né le campagne di scavo né i tanti studi hanno mai disvelato. E non stupisce che la riapertura sia avvenuta in modo discreto, dosando i visitatori e soprattutto i flash che potrebbero danneggiare i preziosi affreschi risalenti al 30 a.C. Anche di questa penombra si alimenta il mistero della Domus Liviae, portata in luce nel 1869 dall'architetto Pietro Rosa per incarico di Napoleone III. Oggi, dopo dieci anni di complessi restauri, la Casa, di età repubblicana, è di nuovo visibile insieme ai dipinti, sia pure in giorni e orari prestabiliti. E tanto basta per riaccendere un interesse, non solo accademico, sulla vita privata di Augusto, primo imperatore romano, il cui regno coincise con un periodo di grande prosperità economica e culturale. In linea con i costumi repubblicani dell'epoca, l'imperatore, pater patriae e princeps, fece acquistare terreni e nuove proprietà ma volle evitare gli sfarzi, fissando la sua residenza fra le Capanne romulee e il tempio eretto ad Apollo, nel punto in cui era caduto un fulmine. Il segno degli Dei. Più a ovest, l'edificio, incassato nel suolo, posto su due livelli, a sud dell'antico Colle, è considerato l'abitazione di Livia, terza consorte e moglie per eccellenza dell'imperatore, strappata, benché incinta di Tiberio, al primo marito Tiberio Claudio Nerone, (alleato di Bruto). Altri propendono per ipotesi diverse: non della Domus Liviae si tratterebbe, ma di un'ala, le sale di rappresentanza dell'appartamento connesso al palazzo imperiale. Altrove si collocherebbe invece la dimora privata della matrona, i locali destinati al figlio Druso, alla figliastra Giulia, futura sposa di Agrippa e alla numerosa servitù. Solo in un secondo momento, all'età di nove anni, dopo la morte del padre, il piccolo Tiberio andò a vivere con la madre e il suo imperatore-patrigno. Ma c'è anche una terza ipotesi, avanzata dal professor Patrizio Pensabene che ha condotto gli scavi più recenti: l'edificio non sarebbe la Casa di Livia bensì un complesso sacro, un luogo di culto dei Salii palatini, i sacerdoti che custodivano i sacri scudi di Roma. Tesi che smonta l'unica prova, il ritrovamento in situ di una fistula di piombo con l'iscrizione "Iuliae Aug" (ustae). Quale che sia l'indagine più verosimile, una visita vale l'incanto, il brivido archeologico. Alla Domus si accede scendendo un piano inclinato ricoperto da un mosaico. Nella nuova sistemazione museale curata dall'architetto Giovanna Tedone le vetrate sono coperte da tendaggi rosso porpora per assorbire calore e attutire i raggi solari che potrebbero alterare il delicato microclima degli ambienti. L'atrio è interrotto da due grandi pilastri in travertino sui quali affacciano tre sale. Sulla parete di destra della sala centrale (tablinum) appare la prima decorazione, sfingi, divinità alate, animali fantastici e in prospettiva finte colonne. Colpiscono le ombreggiature delle scalanature, la cura dei particolari. Al centro è raffigurato il mito di Io, la sacerdotessa di Giunone amata da Giove. A destra Argo, con il quale sta per scagliarsi Ermes, simbolo della salvezza. Nella sala di destra (il triclinium) si ripetono le pitture murarie, decorazioni più lievi a festoni, ghirlande cariche di foglie e frutti, richiamano forse l'età dell'oro. La decorazione pittorica risale all'età augustea, quando cominciò a farsi strada una diversa concezione dell'artista, con forme di mecenatismo privato. Ma che cosa ha preservato questo edificio dalla distruzione? Perché i Flavi hanno salvata, non hanno interrata o distrutta la Domus Liviae? Secondo il professor Prestabene «un collegamento con i Salii sarebbe possibile se lo schema delle sale aperte su una corte fosse ispirato dal complesso forense della Reggia, e, dunque, avesse lo scopo di indicare funzioni sacre connesse con l'area palatina e le origini della città». La prova di questa tesi sarebbero proprio i due pilastri centrali, troppo "importanti" forse «appartenenti ad un criptoportico che reggeva un portico lungo il fianco est del Tempio della Vittoria». Un'ulteriore prova verrebbe dalla costruzione di un muro in laterizio in età successiva ad Augusto, per sostenere la volta e dunque conservare il luogo e la sua sacralità. Il mistero non si chiarirà, almeno per il momento. Non sono previsti altri scavi archeologi. «Anche se le decorazioni pittoriche spiega la dottoressa Irene Iacopi, della Soprintendenza avrebbero bisogno di altri basamenti, strutture e sostegni più leggeri e moderni». Sono ancora in allestimento invece le vetrine didattiche dove verranno conservati il vasellame, le terrecotte e i vari frammenti rinvenuti durante i lavori. In questi giorni il Palatino è più che mai la culla di Roma. Dall'alto il profilo della città è limpido. I giardinieri non fanno in tempo a tagliare l'erba che la vegetazione riesplode. «Trentasei ettari non sono pochi annota Adriano La Regina, soprintendente ai Beni Culturali mentre invece il personale scarseggia. E i fondi non bastano neanche per la manutenzione ordinaria. È inconcepile che non ci siano risorse per il Palatium per il Forum». Per il consolidamento del Palatino, secondo gli esperti, servono almeno cento milioni di euro. Il tufo sta cedendo. Chi lo conosce sostiene che dopo tante battaglie, dopo aver fatto degli antichi marmi e del Colle un luogo vissuto, il tenace soprintendente mediti tra qualche anno di farsi da parte. Molto prima che venga chiarito il mistero di Livia.