Spariti i criteri estetici conta sempre più il circuito dei mercanti e delle case d'asta Meno di tre anni or sono Nigel Warburton, docente alla Open University, iniziava il saggio La questione dell'arte: «Mentre sto scrivendo questo libro l'artista belga Francis Alys ha deciso di mandare alla Biennale di Venezia un pavone vivo anziché presentarsi dì persona. L'attività del pavone è presentata come un'opera d'arte intitolata The Ambassador. Presumibilmente durante la Biennale qualcuno è stato incaricato di raccogliere le opere minori di questo surrogato dell'artista. Forse saranno esposte in una Biennale futura». Questa storiella è solo un esempio delle suggestive riflessioni intorno alla valenza dell'arte contemporanea. Figuriamoci se ci si mette a stimarla in soldoni. Secondo Warburton la creatività contemporanea ha spinto gli artisti ad avvicinarsi alla condizione di filosofi. «Essi vedono nel lavoro dei loro predecessori una teoria dell'arte implicita, che confutano con decisione grazie a un controesempio ben scelto». Se non che «questi stessi controesempi vengono assorbiti in un grande flusso e perdono il loro potere di scioccare, diventando infine il bersaglio di una nuova avanguardia». E ancora: «Niente spiega il termine arte al di là del fatto che vari gruppi hanno preso certe decisioni di carattere culturale» su cosa debba essere considerato un prodotto artistico. «Spesso coloro che prendono tali decisioni agiscono in modo arbitrario. E alcuni gruppi difendono interessi costituiti nel tracciare il confine in un punto piuttosto che in un altro: l'etichetta arte fa immediatamente salire il prèzzo di un artefatto». È su queste premesse che nasce la leggenda metropolitana secondo cui oggi non importa che l'artista sia bravo, ma invece quanto e bene sia spinto dal sistema dell'arte. L'assenza di criteri estetici oggettivi e la logica mediatica dell'arte contemporanea sarebbero le ragioni di questo inedito criterio economico che premia soltanto gli artisti promossi dal circuito. In realtà non è tutto spiegabile in questo modo. Da sempre, nella storia dell'arte, i grandi mercanti, i critici e i mecenati hanno sponsorizzato i loro beniamini. E' accaduto con Raffaello, Tiepolo, Cataletto, Goya, Velazquez e Rubens. E a proposito del recente record di 35 milioni di dollari per un Turner battuto in asta da Christie's, senza il conte di Egremont, l'appoggio critico di John Ruskin e la galleria inglese Agnew, il dipinto non avrebbe forse avuto il successo che merita. Per non parlare di Paul Durand-Ruel, senza il quale oggi ben pochi conoscerebbero gli artefici della pittura impressionista. Nel 1885, quando 20 mila franchi corrispondevano allo stipendio annuale di un politico in auge, Ruel si era indebitato per oltre un milione di franchi nell'acquistare quadri di Monet, Manet, Degas e Renoir che tutti denigravano e nessuno voleva. Dopo di lui Ambroise Vollard sostenne Paul Cézanne e più avanti Bonnard, Dufy e Picasso". E ancora Daniel Kalmweiler il quale, dopo aver lavorato a Londra in una banca e in Borsa, si trasferì a Parigi e utilizzò le sue competenze economiche per aprire una galleria e legare contrattualmente Braque, Vlaminck, Picasso e Léger. Certo la differenza è che oggi l'alta finanza compare anche nella biografia di qualche artista. Come nel caso di Jeif Koons. Ex broker finanziario a Wall Street, Koons è diventato uno tra gli artisti più «chiacchierati». Dietro alle sue produzioni kitsch, c'è un'organizzazione di tipo aziendale: un piccolo esercito di collaboratori e consulenti provenienti da tutto il mondo. Lui si definisce «l'uomo-idea». È attento alla ricerca del materiale più sofisticato e ovviamente ai diritti d'autore, visto che le sue sculture «coinvolgono» personalità e oggetti di largo consumo. In questo l'esperienza da manager al MoMa di New York e l'abitudine a trattare di aspetti legali con le grandi aziende non può che essergli di grande utilità. Koons ha saputo trasformare l'iconografia americana e il kitsch in «meta-arte», oltre che in business. Polemici o meno, convinti o delusi, invidiosi o increduli gli dobbiamo comunque riconoscere d'essersi disegnato addosso il costume di neo-Warhol. Così vale anche per altre attuali star del mercato come Damien Hirst o Maurizio Cattelan. Sostenuti dai vari gruppi di potere, da Saatchi al management delle case d'asta, giudicabili come performer, filosofi o artisti, hanno però il merito di una lucida e rigorosa ricerca nelle loro opere. Quanto e come ancora conti l'estetica e cosa sia, resta la vera questione. Chi durerà come Shakespeare? L'arte o la pubblicità? La poesia o il marketing? Non è proprio un dettaglio.
Chi decide se questa è vera arte?
Nel testo, l'autore discute la questione dell'arte contemporanea e la sua valenza economica. Secondo Nigel Warburton, la creatività contemporanea ha spinto gli artisti ad avvicinarsi alla condizione di filosofi, che vedono nel lavoro dei loro predecessori una teoria dell'arte implicita. Tuttavia, questi controesempi vengono assorbiti in un grande flusso e perdono il loro potere di scioccare. L'autore sostiene che l'alta finanza compare anche nella biografia di alcuni artisti, come Jeff Koons, che ha trasformato l'iconografia americana e il kitsch in meta-arte e business.
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