L'INTERVENTO IL PROFESSOR DE MARCHI DELL'UNIVERSITA' DI UDINE Secondo solo alle chiese di San Nicolò e di San Francesco, il tempio di Santa Margherita era uno dei più mirabili eretti a Treviso alla fine del Duecento. In breve divenne incomparabile scrigno d'arte, ospitando tra l'altro il celebre ciclo di Sant'Orsola di Tomaso da Modena. Non so se i trevigiani siano consapevoli dell'importanza di questo monumento e non so se sappiano quanto ancora sopravvive al suo interno, fra lacerti di affreschi e decori in cotto, nonostante le martoriate vicende degli ultimi due secoli. Nell'immediato dopoguerra con sforzo generoso e grande gesto di pietà civica se ne vollero ripristinare le forme gotiche, cancellando ogni segno delle devastazioni belliche. Oggi il Demanio ne impedisce l'accesso agli studiosi, adducendo a pretesto persino ragioni di inagibilità e comunque eludendo l'obbligo di risposta che compete ad ogni ufficio pubblico: latitanze e ragioni che di colpo si dileguano a fronte all'istanza di concederne l'uso a privati per una notte di follie. Negli scorsi anni, insegnando Storia dell'arte medioevale all'Università di Udine, ho potuto seguire le ricerche tenaci di due giovani studiose, che a partire dalle tracce superstiti e dalle fonti archivistiche hanno recuperato i luoghi d'origine degli affreschi staccati e fortunosamente messi in salvo da Luigi Bailo alla fine dell'Ottocento, nonché l'assetto originario delle numerose cappelle di patronato gentilizio che in Santa Margherita insistevano. Un articolo tutto dedicato alle memorie pittoriche sopravvissute di questo tempio agostiniano è in corso di stampa sul "Bollettino d'arte" del Ministero dei beni culturali. Il loro paziente lavoro ha dimostrato che anche quel poco che sopravvive è importantissimo e corre l'obbligo di preservarlo perché da esso sia possibile recuperare adeguata nozione del pristino splendore. Tale sopravvivenza ha già rischiato di venire compromessa per sempre in anni non lontani, quando l'interno venne disinvoltamente attrezzato per piste di pattinaggio e palestre di arrampicata. Probabilmente non sarà la notte brava fra domenica 30 aprile e lunedì 1 maggio ad infliggere danni irreparabili. Ma ciò che inquieta di questo tristissimo episodio, al di là del cattivo gusto che offende la memoria di un haut lieu della Treviso tardo-medioevale ed anzi punta morbosamente sul richiamo indotto dalla dissonanza dell'antico e del moderno, del sacro e del profano, è l'indizio manifesto dell'irresponsabilità degli organi competenti (Demanio e Soprintendenza) e di un'indifferenza generalizzata della comunità. Nell'assenza di progetti culturali degni dell'importanza del luogo e del suo prestigio storico, una manifestazione simile può assumere il valore di precedente per altre e peggiori storture: mentre l'edera cresce rigogliosa sui muri della cappella settentrionale e il braccio superstite del chiostro giace in abbandono coi suoi resti di affreschi trecenteschi. Prof. Andrea De Marchi Università di Udine Storia dell'arte medioevale