Marc Fumaroli, intellettuale francese senza troppi peli sulla lingua, in un libro scritto qualche decennio fa e apparso anche in traduzione italiana da Adelphi,"Lo Stato culturale", ricordava che un museo o un sito archeologico è soprattutto un «focolare della conoscenza» e «uno strumento di istruzione». Si tratta di luoghi in cui s'incrociano apprendimento, memoria, invenzione, educazione. Dunque di tanto interesse pubblico, in una società civile, che è un assurdo considerarli prevalentemente o esclusivamente come un bene economico. Fumaroli pensava pertanto che non era il caso di lasciarli in gestione ai privati. Il criterio del profitto li avrebbe snaturati. Quando si pensa a quei «beni» come risorse da cui trarre il massimo vantaggio economico, allora «è difficile non vedere in ciò un pericolo di barbarie». Dunque uno Stato culturale deve assumersi in proprio l'onere della gestione e della valorizzazione delle testimonianze della civiltà della propria comunità. No alle politiche di cessione di questi beni all'iniziativa privata, foss'anche soltanto per fronteggiare le difficoltà che le istituzioni pubbliche incontrano per assicurare loro la sopravvivenza fisica. Ma che pensare quando è lo Stato stesso che considera quei beni nient'altro che opportunità da sfruttare? Che pensare quando il criterio di redditività finisce con l'avere anche per lo Stato valore prioritario nella gestione di quei luoghi, relegando sullo sfondo la loro ricchezza culturale, la loro funzione formativa e la loro vocazione scientifica? Questi problemi sono al centro del dibattito da tempo. E il nuovo governo che s'insedierà dovrà metterli al più presto all'ordine del giorno. Sono le questioni che vengono affrontate in un libro già dal titolo si pone come speculare rispetto a quello di Fumaroli. Il volume "Lo stato aculturale "(Jaca Book, pagg. 192, euro 15) è curato da Roberto Cassanelli e Giovanni Pinna, studiosi di storia dell'arte e direttori di musei e si propone di mostrare come, con il Codice dei Beni culturali e del paesaggio, promulgato in Italia nel 2004, lo Stato si è sottratto di fatto alle proprie responsabilità. Con i suoi saggi redatti da studiosi con diverse competenze disciplinari, lancia un allarme. Non si può considerare un museo come semplice contenitore di oggetti. Esso non soltanto acquisisce e conserva oggetti preziosi, ma crea trasmette e diffonde l'eredità civile di un popolo. Interpreta, studia, rende disponibili e fruibili a tutti, per diletto e per cultura, le testimonianze materiali delle attività dell'uomo e dei processi dell'ambiente. Musei e siti archeologici, ma anche biblioteche e archivi, hanno quindi un loro ruolo scientifico, sociale e formativo. Attraverso i loro oggetti la comunità stabilisce un nesso col proprio passato e coglie e riconosce la propria identità. Dunque se i luoghi della memoria vengono considerati soprattutto come lucrose attrattive turistiche - per non immaginare scenari più preoccupanti - allora lo Stato mostra impudicamente la sua incapacità a gestire la sua vera ricchezza, ovvero i valori e i significati culturali delle testimonianze storiche della sua comunità. Nessuna società può abbandonare o alienare quel patrimonio di storia, scienza e arte, senza perdere la propria memoria collettiva, spiegano gli autori. Si tratta di un bene pubblico. La privatizzazione, in qualunque forma, è in sostanza un modo di sottrarre alla comunità il diritto di gestire la propria memoria. E appare persino speciosa la distinzione tra tutela, che resterebbe a carico dello Stato, e valorizzazione, da affidare a imprese private. Le due cose non sono scindibili. Non meraviglia quindi che già nel 2002, ben prima della promulgazione del Codice, la costituzione della Patrimonio spa - società autorizzata a censire, dismettere e vendere i beni paesaggistici e storico-artistici dello Stato - generava preoccupate riserve e attizzava vivaci polemiche. Val la pena ricordarne gli echi serpeggianti nei saggi di Giuseppe Chiarante, nonché la decisa avversione espressa da Salvatore Settis in vari e numerosi scritti. Queste discutibili scelte peraltro seminavano sbigottimento anche all'estero. Il quotidiano tedesco «Frankfurter Allgemeine Zeitung» ha scritto: «Ogni eredità culturale italiana è degradata a mero valore economico, a risorsa di cui ci si può disfare a piacimento». Aggiungendo: «Ma non c'è nulla che dia la misura dello stato di salute di una società quanto il rapporto che essa riesce ad avere coi propri monumenti e col proprio paesaggio». Era il luglio 2002. Poi è venuto il Codice. A fine del gennaio scorso di quel Codice è stato pubblicata l'edizione 2006, con aggiornamenti e piccoli aggiustamenti. Ma la situazione non è mutata.
La memoria a rischio : lo stato a-culturale
Un libro intitolato "Lo stato aculturale" (Jaca Book, 192 pagine, euro 15) di Roberto Cassanelli e Giovanni Pinna affronta il tema della gestione dei beni culturali e del paesaggio in Italia. Gli autori sostengono che lo Stato ha ceduto la gestione di questi beni ai privati, con conseguenze negative per la comunità e la sua identità culturale. Secondo gli autori, i musei e i siti archeologici non sono solo contenitori di oggetti preziosi, ma anche luoghi di istruzione e di formazione, dove la comunità stabilisce un nesso col proprio passato e coglie la propria identità.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo