NEL gioco di società che va sotto il nome di " toto-Ministri", i Beni Culturali sono relegati (c'era da aspettarselo) a un ruolo marginale. Ma prima che si cominci a disputare se la scomoda poltrona del Collegio Romano debba andare "in quota" a questo o a quel partito, sarebbe il caso di riflettere sulla miglior collocazione di questo dicastero nella mappa istituzionale. Sempre più chiaro è infatti che il patrimonio culturale può e deve avere una posizione-chiave nello sviluppo del Paese. La sua vera "redditività" non è negli introiti diretti e nemmeno nel turismo e nell'indotto che esso genera, bensì nel profondo senso di identificazione, di appartenenza, di cittadinanza che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato. Qualità della vita, identità culturale, solidarietà sociale, sono (lo ripetono sempre più spesso economisti e sociologi in tutto il mondo) fattori di produttività ed economicità non dei musei o dell'industria culturale, bensì della società nel suo insieme. Questo tema è nuovo solo in apparenza: con grande lungimiranza, già lo indicava l'art. 9 della nostra Costituzione, che prescrive la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione», in stretta correlazione con lo «sviluppo della cultura scientifica e tecnica» e con«il pieno sviluppo della persona umana» richiamato all'art. 3. Come ha detto il presidente Ciampi in un lucido discorso (Mantova, novembre 2002), «gli insigni monumenti ereditati dai padri, le bellezze artistiche e ambientali, protette, riscoperte e restaurate, non sono soltanto una sorgente di rinnovata fiducia nella propria identità e nelle proprie capacità, ma sono risorse che costituiscono patrimonio e stimolo per la stessa crescita economica». Questa risorsa straordinaria, che nessun Paese al mondo possiede nella stessa misura del nostro, non è appannaggio di nessuna parte politica, ma richiede una strategia condivisa, purtroppo mortificata negli ultimi anni da efferati tagli di bilancio e dall'irresponsabile blocco delle assunzioni. Ma quale è la corretta collocazione istituzionale dei "beni culturali"? In principio fu il ministero della Pubblica Istruzione, con varie direzioni generali, fra cui quella per l'Università e quella per le Antichità e Belle Arti. Ma"antichità" e "belle arti" parvero espressioni antiquate, e la creazione di un nuovo ministero (1975) introdusse la nuova etichetta, vagamente mercantile, di "beni culturali". Le intenzioni erano ottime: puntare sul valore monetario del patrimonio culturale per ottenere più finanziamenti per la tutela. Mancò tuttavia da subito ai Beni Culturali una sufficiente consapevolezza istituzionale della loro centralità nelle strategie di sviluppo del Paese, e dunque una mirata crescita e gestione degli investimenti nel settore. I Beni Culturali nacquero come un dicastero "minore", affidato quasi sempre a figure deboli e inadeguate, di corta visione istituzionale, con scarsa o nulla capacità di iniziativa, ansiose di spostarsi su un ministero più importante. A questa dannosa marginalità volle porre rimedio Veltroni, che da ministro e vicepresidente del Consiglio trasformò profondamente il suo ministero accorpandolo con Sport e Spettacolo e rinominandolo "dei Beni e delle Attività Culturali" (1998). Esperimento generoso, ma che (otto anni dopo) appare molto mal riuscito: se già grande è la distanza fra, poniamo, il cinema e gli archivi di Stato, proprio niente hanno di comune fra loro i musei e il calcio, i circhi equestri e le aree archeologiche. Affidare ambiti tanto difformi alle cure di un solo ministro ha avuto effetti negativi, ha accentuato anziché diminuire la marginalità del patrimonio culturale e dei suoi problemi. Come altri accorpamenti ministeriali della riforma Bassanini messi alla prova durante il governo di centrodestra (per esempio quello di Tesoro, Bilancio e Finanze), anche questo andrebbe dunque ripensato. Della riforma Veltroni va salvaguardata l'idea centrale, fortificare i Beni Culturali mediante l'accorpamento non con sport e spettacolo, ma con altre competenze. Assai più appropriato e costruttivo sarebbe congiungere i Beni Culturali con Università e Ricerca, riprendendo una vecchia proposta di Giulio Caro Argan e Giuseppe Chiarante. Si darebbe in tal modo un gran segno: che la ricerca conoscitiva '; l'asse portante, la vera e sostanziale «attività» che dev'essere il cuore della tutela e della gestione del patrimonio culturale. L'intersezione fra campi lei sapere, fra strutture della tutela e università potrebbe diventare la spina dorsale di un progetto vincente, lo stesso che dovrebbe informare l'organizzazione della ricerca in generale (si pensi alle interazioni fra fisici, medici, ingegneri). Si recupererebbe il nes-so vitale fra l'università con le sue istanze di ricerca e il valore educativo del patrimonio culturale; si potrebbe favorire la mutua permeabilità fra ricerca sul campo e didattica (per esempio del restauro), Infrastrutture pubbliche della tutela e uni-versità. È questo un nuovo esperimento, che varrebbe la pena di tentare, tanto più che l'accorpamento di Università e Ricerca alla Pubblica Istruzione è anch'esso fra i meno riusciti nell'ultima legislatura. Rispondendo sul "Corriere della Sera" del 29 marzo a un appello del Fai, Romano Prodi ha impegnato il suo governo a riportare il bilancio dei Beni Culturali al livello del2001, «approntando un piano di recupero del patrimonio, con allocazione di risorse adeguate, anche ricorrendo a misure di incentivazione fiscale e tax shelter. L'obiettivo sarà quello di raggiungere nel medio-lungo periodo la destinazione di una quota pari all'1 del Pil alla Cultura». È una dichiarazione importante, ma non basta: se tale quota dovesse esser destinata in prevalenza allo sport e allo spettacolo, lo stato di acuta sofferenza dei nostri beni culturali non ne risulterebbe alleviato. La crescita ragionata delle risorse deve accompagnarsi a una ripresa delle assunzioni, che miri all'altissima professionalità degli addetti sottraendoli al ricatto delle pressioni politiche esercitato con lo spoils System; al ripensamento dei ruoli di Stato, regioni, enti locali, privati mettendo ordine nella confusione generata dalla sciatta distinzione di tutela e valorizzazione inserita purtroppo nel nuovo Titolo V della Costituzione; all'organico collegamento delle tematiche della tutela con quelle della ricerca e dell'ambiente. Un ultimo punto resta da chiarire. Per realizzare un programma come questo (se Prodi e il suo governo vorranno farlo) è preferibile un ministro tecnico o un ministro politico? Non ho alcun dubbio che un ministro politico, che abbia statura culturale e rispetto per il parere dei tecnici (e il ministero ne ha ancora di ottimi) sia la soluzione vincente, anzi l'unica. Quello dei Beni Cui turali non deve, non può essere scenario per discorsi teorici o per un qualche apprendistato politico, ma esige un'azione immediata, forte e mirata, non marginale bensì collocata nel cuore stesso dell'azione di governo. Senza cedimenti a superficiali economicismi, ma con grande attenzione ai problemi della gestione del patrimonio. Solo un politico di provata esperienza può metterli adeguatamente a fuoco, con l'aiuto dei suoi tecnici, e segnare quel riscatto del nostro patrimonio culturale che i cittadini hanno il diritto di aspettarsi.
la Repubblica
28 Aprile 2006
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SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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