Venezia cambia volto con l'arrivo di Francois Pinault. E' una scelta di cui Massimo Cacciari, che è il sindaco di Venezia, è molto soddisfatto. Non lo nasconde. E auspica che al magnate francese dopo Palazzo Grassi venga affidato anche il complesso di edifici di Punta della Dogana, una delle zone più affascinanti e centrali, per far nascere un centro d'arte contemporanea permanente. Sarà questa la vera trasformazione della città con un'area che ha il panorama del Canal Grande, delle Zattere, della chiesa di Santa Maria della Salute. A Palazzo Grassi le esposizioni temporanee, a Punta della Dogana il museo. Queste sono le intenzioni anche se l'iter burocratico non è concluso. Punta della Dogana è stata consegnata dal Demanio all'amministrazione e soltanto adesso la giunta ha potuto approntare una delibera che avvia la procedura per l'assegnazione. Avverrà attraverso una vera e propria gara d'appalto. In passato Punta della Dogana aveva suscitato anche l'interesse della Fondazione Guggenheim ma l'accordo non fu raggiunto perché, come spiega lo stesso Cacciari, non era in grado di far fronte alle richieste che l'amministrazione avanza al gestore: restauro degli interni, dell'allestimento, apertura tutti i giorni dell'anno, gestione totalmente a suo carico... L'iter probabilmente si chiuderà entro l'estate. Spiega Cacciari: «Sul passaggio dallo Stato all' amministrazione non ci sono problemi. C'è da avviare la procedura di evidenza pubblica per l'assegnazione del gestore dello spazio ai fini museali. Credo e spero che tutto proceda favorevolmente per l'assegnazione della gestione a Pinault». E' chiara la sua soddisfazione dell'accordo raggiunto con Pinault. «Sì, sono molto soddisfatto. La presenza di Pinault a Venezia è importante non solo perché riattiva Palazzo Grassi. Rispetto alla gestione precedente è assai più deciso a far squadra con l'amministrazione comunale, con i musei nazionali e civici. A differenza del passato è una presenza a tutto campo». Adesso non ci sono troppe istituzioni straniere? «Magari ce ne fossero altre diecimila. Venezia deve essere una città assolutamente internazionale. Anche se l'amministrazione fosse piena di soldi, cosa che non è, ci sarebbe da augurarsi la presenza di centomila Pinault». La società creata per la gestione di Palazzo Grassi, controllata all'ottanta per cento dai privati, in questo caso da Pinault, è un modello da usare anche in altre situazioni? «Non è un modello da seguire per la privatizzazione dei nostri musei. La presenza privata è auspicabile in tutte le fondazioni ed anche nei musei. Ma non possiamo far detenere la maggioranza degli Uffizi o dell'Accademia a qualche grande gruppo straniero. Sarebbe assurdo. Per nuove iniziative però questa è una strada assolutamente obbligatoria». E come si controlla la qualità? «Attraverso la presenza del pubblico nel consiglio di amministrazione e negli organismi scientifici. Come avviene a Palazzo Grassi. Il pubblico non è garanzia di qualità. Bisogna garantirsi reciprocamente». Della collezione di Pinault cosa pensa? «E' una collezione molto difficile. Molto da discutere, molto provocatoria. E' una collezione che a Venezia mancava. Mancava qualcosa di assolutamente contemporaneo, per rendere stabile e permanente una presenza da Biennale. C'era un vuoto». Ci sarà un legame tra Palazzo Grassi e la Biennale? «Il collegamento è nelle cose perché una collezione come quella di Pinault è strettamente collegata alle cose più discutibili e da discutere che sono state presentate alle ultime edizioni della Biennale». Ma quali sono le presenze discutibili e da discutere? «Tutte. L'arte contemporanea quando funziona viaggia sempre sul filo della provocazione. La collezione Pinault ha queste caratteristiche. Ci sono maestri storicizzati dell'arte povera, consacrati ma anche le ultime tendenze, quelle che hanno fatto più scalpore alle ultime Biennali». Pinault ha un debole per Maurizio Cattelan e Damien Hirst. Lei cosa ne pensa? «Non seguo abbastanza l'arte contemporanea per dare dei giudizi fondati. Sono fermo ai grandi maestri, arrivo alla Pop art. So che l'arte contemporanea è fatta per suscitare dibattiti, critiche... anche se gli ultimi interventi di Cattelan non mi hanno scandalizzato».