Così si avvicina il pubblico a capolavori che resterebbero segreti In una cornice come questa il quadrino diventa ipnotico... finalmente si vede che è un oggetto prezioso... Prestare un'opera così importante e ottenere questo risultato è come puntare una pistola carica addosso a chi fa certe cose...». Soddisfatto eccome il professor Antonio Paolucci. Guarda con attenzione il "suo" Ercole e Anteo, piccolo capolavoro rinascimentale del Pollaiolo. Il "quadrino", minimalista nelle misure e grandioso nel significato, il sovrintendente del Polo museale fiorentino lo ha prestato alla Fondazione Alda Fendi. L'occasione è stata la pièce live, intitolala La lotta, ideata da Raffaele Curi. Paolucci gira intorno alla teca superblindata. omaggio della Fondazione, osservandone i particolari e pregustandone il ritorno agli Uffizi. Non lesina complimenti: «Non si può sbagliare o essere mediocri di fronte al Pollaiolo. E' stato un azzardo. Avevo paura che il risultato non fosse adeguato, invece ha funzionato». Lei è dunque favorevole ai prestiti? «Questo capolavoro», risponde, «è un piccolo, ma preziosissimo segmento degli Uffizi che nessuno conosce. Si trova in una vetrina antiquata dentro la quale ci sono due tavolette di Botticelli e l'altra sempre di Pollaiolo, Ercole e Idra. Accanto ci sono opere di Paolo Uccello, Piero della Francesca e c'è la Primavera del Botticelli. La gente ignora la vetrina. Avere isolato un quadro anche piccolino come questo e aver permesso alle persone dì conoscerlo bene ci fa capire quale miniera di tesori incogniti siano i grandi musei italiani dove entrano 1.500.000 visitatori l'anno i quali, tuttavia, vedono quattro, dieci al massimo pezzi, quelli famosi di cui parlano le guide. E' un problema serio di divulgazione. E siccome io credo nel museo come luogo dell'incivilimento, dove si entra per uscirne più colti, più consapevoli, mi dispiace che il 99 per cento delle cose esposte rimangano in incognito». Tutto questo enorme patrimonio giacente nei depositi non è un patrimonio sprecato che andrebbe razionalizzato? «Sono funzionali alla vita del museo. Noi storici dell'arte ne giudichiamo la qualità dalle opere che si trovano nei magazzini. Il deposito sta al museo visibile come i nostri organi interni stanno alla nostra pellee, ai nostri occhi». Una certa corrente di economisti della cultura pensa l'opposto. «Idea imprenditoriale. Tutte stupidaggini. In una democrazia moderna ci sono tre cose che devono necessariamente essere in perdita e costare più di quello che rendono. Sono: sanità, beni culturali e scuola. Il XX secolo, statalista con i fascismi, i comunismi e anche con le democrazie, si è scoperto iper-liberista nell'ultimo segmento del suo percorso. Quando ero giovane mi volevano convincere che il privato doveva diventare pubblico e oggi mi vogliono convincere del contrario. Questa grandissima mutazione culturale ha coinvolto anche i musei, da sempre luogo dell'incivilimento, dell'orgoglio patriottico, dell'identità nazionale. L'industria del turismo e del tempo libero poi ha legato il museo al concetto del divertimento. Un'altra stoltezza perché non ci si può divertire al museo: è un percorso faticoso, noioso, ripetitivo, vuole studio e, concentrazione; è la cultura». Rimpiange il passato, anche lei si ritiene "spodestato" del suo ruolo? Sandra Pinto e Matteo Lafranconi nel libro-denuncia "Gli storici dell'arte e la peste" sono molto pessimisti sul vostro futuro. Le soprintendenze italiane sono fuori gioco, sono dei gerontocomi con un'età media che va dai 53 ai 55 anni. Qualunque manuale di economia del primo anno insegna che un'azienda che non ha uno staff direttivo di trentenni e quarantenni è destinata a chiudere. Non si fanno più concorsi da decenni». E perdendo potere lasciano il posto alle donne... «L'arte nei secoli passati è stata fatta dagli uomini e affidata al governo delle donne. I posti apicali ancora bene o male li reggono gli uomini. Paolucci, Strinati, Spinosa... Cioè le poltrone di potere «E' così anche in politica. Nella burocrazia, nell'amministrazione, nelle banche, nelle soprintendenze, i capi sono uomini».