L'INTERVISTA Uno dei maggiori esponenti dell'architettura nazionale analizza lo stato delle città e lancia l'appello per una nuova classe dirigente Pessima edilizia, piaga dell'abusivismo, vertici ormai vecchi e con poca voglia di inventare sono tra le cause del decadimento del paese "Ma per cambiare davvero dobbiamo dare spazio ai giovani, sostituire i manager, tornare a riflettere e ad abbattere prima di costruire" Milano E' ottimista sul futuro delle città italiane Massimiliano Fuksas. Qualche segnale di cambiamento già si intravede e la fiducia è riposta nella nuova 'classe creativa' termine mutuato dall 'economista americano Richard Florida. La classe dirigente e politica è rimasta immobile da decenni, cosi il vero cambiamento è affidato a questa nuova generazione di "creatori". Non l'artista ó il pubblicitario, ma una mix di persone con diversi profili", accomunate dal fatto di avere una chiara visione della realtà e le idee per risolverne i problemi. Architetto Fuksas qual è lo stato di salute delle città italiane? «Fino a poco tempo fa in Italia c'erano nove milioni di abusivi, adesso ce ne sono pochi perché il governo precedente ha fatto più di un condono edilizio. Il fatto drammatico è che in Italia non si sta attuando alcuna riflessione sul futuro delle città. Stanno continuando a costruire nelle grandi aree urbane. L'Italia ormai è tutta costruita, salvo alcune aree della Toscana. Oltre alla piaga dell'abusivismo, c'è anche della pessima edilizia generalmente fatta negli anni settanta, anche da architetti molto noti. Sono nate aree come quella di Scampia a Napoli, quartieri popolari mostruosi in Puglia. Gregotti difende ancora il suo quartiere Zen a Palermo». Quindi gli architetti più che costruire dovrebbero abbattere? «Bisognerebbe abbattere e, prima di ricominciare a costruire, fare una seria riflessione su come far vivere meglio le persone. Ma non si riflette più dal '75. Ci sono stati trent'anni di urbanizzazione selvaggia. Bisognerebbe prima di tutto capire la realtà italiana, metterla in relazione all'Europa e a quanto sta accadendo nel mondo». Chi dovrebbe fare questa riflessione? Le università? I centri di ricerca? Il pubblico? «Le prime linee su cui si muove un paese sono educazione, formazione e ricerca. In Italia, invece, la scolarità sta diminuendo. Segnalo un paradosso che, in realtà, tale non è: la Calabria, la regione più povera d'Italia, è quella che ha il numero più alto di laureati mentre il nordest cresce nel pil, ma diminuisce nell'istruzione. Bisogna partire proprio dall'istruzione. E capire che forse dovrebbero guadagnare di più gli insegnanti piuttosto che i manager». Chi riflette quindi? «La "classe dei creatori". In America ce ne sono 40 milioni e rappresentano la seconda classe più importante. L'Italia era un paese di "creatori" e "inventori", ma è una ricchezza che stiamo perdendo. Negli anni del dopoguerra abbiamo fatto un lavoro incredibile. Poi nel sessantotto una generazione di ragazzi avrebbe dovuto essere integrata per partecipare al cambiamento della società: ma non c'è stato niente da fare, il paese era blindato. Abbiamo così pagato il prezzo negli anni settanta. Negli anni ottanta abbiamo fatto finta di diventare ricchi e ci siamo indebitati e ora trionfano modelli diseducativi: se hai i soldi puoi avere una velina e comprare una Lamborghini. Adesso ci dovrebbe essere un altro cambio generazionale che, però, non viene fatto e la classe dirigente è sempre più vecchia. La situazione è questa e si riflette nello stato di salute delle città». E questo accomuna tutte le città italiane? «Sì, ma fortunatamente sta rinascendo una "nuova classe creativa" anche in Italia. Sono almeno dieci milioni di persone. E' una categoria in cui si integrano parecchi profili. Quelli che sono in grado di risolvere i problemi urbani, per fare un esempio. Oggi devi trovare qualcuno che ha un'idea geniale per insonorizzare le strade, le facciate dei palazzi o risolvere il problema dell'inquinamento». Con la sua fiera milanese di Rho Pero voleva fare un esperimento di sviluppo urbano. E' riuscito nell'intento? «E' stata una sperimentazione straordinaria. Ho pensato l'interno della fiera come una grande infrastruttura territoriale, dove la gente va con i figli a passare il proprio tempo, giorno e notte. Il chilometro e mezzo che l'attraversa dovrebbe avere venti o trenta ristoranti mul-tietnici, invece dell'Autogrill, e poi bar e show room. Ma per fare questo, alla guida delle strutture fieri-stiche ci vorrebbe una generazione di giovani manager che hanno fatte esperienza all'estero e non persone di dipendenza politica». Come fa l'hinterland a utilizzare questa struttura? «Si dovrebbe poter arrivare in treno, navetta, auto e anche con un tram di superficie. E proprio qui che comincia quel genere di riflessione di cui si parlava prima. Ma non mi è stato richiesto di farla. Mi hanno solo detto: questi sono due milioni di metri quadrati, tu lavori qua dentro e per quel che riguarda l'esterno della fiera interviene l'Arias, le regioni, lo stato il governo. Io in realtà non ho fatto una fiera, ma un esperimento di città. E' diventato importantissimo lavorare sul modello urbano e sul tema della ricerca sulla città. Usciamo fuori dalla sindrome delle prime quindici pagine dei giornali che solo in Italia parlano di gossip politico. Cominciamo a lavorare a qualcosa che è molto più serio per dimostrare che è possibile fare delle cose importanti anche senza l'ap-poggio del potere politico». II suo primo progetto, dopo vent'anni d'assenza in Italia, è stato il centro ricerca della Ferrari, seguito da Torino Porta palazzo, poi la fiera di Milano. Adesso sta costruendo una chiesa a Foligno, un edificio per la Procter Gamble e per la De Cecco a Pescara, il Palazzo dei Congressi a Roma e sta partendo il masterplan della torre per la regione di Torino, un concorso vinto cinque anni fa... «Volevo dimostrare che in Italia era possibile costruire e farlo indipendentemente dal potere. Visto che ero in completo contrasto con il vecchio governo e con gran parte della sinistra che voto». E se è riuscito a fare tutto questo, effettivamente, qualche segnale di cambiamento c'è? «Io dico: lavoriamo e basta. Non abbiamo avuto quello che si chiama Sistema Paese, vabbé facciamo senza. Il che forse ci fa muovere anche in modo più libero e contemporaneo».
L'intervista. II sogno di Fuksas, un'Italia creativa
Massimiliano Fuksas, architetto e progettista, analizza lo stato delle città italiane e lancia un appello per una nuova classe dirigente. Secondo lui, la classe dirigente e politica è rimasta immobile da decenni, mentre la vera innovazione è affidata a una nuova generazione di "creatori", come gli economisti Richard Florida e i giovani manager. Fuksas sostiene che le città italiane sono afflitte dalla pessima edilizia, dall'abusivismo e dalla mancanza di una riflessione sul futuro. Egli propone di abbattere e ricostruire, prima di costruire, e di dare spazio ai giovani e alle idee innovative.
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