Giornata splendida, i prati verso il lago costellati di pescatori e carrozzine, le motonavi gremite di gitanti infesta, le file degli autobus italiani e stranieri per il mordi-e-fuggi con sacchetto di torta sbrisolona e cartoline ricordo. Figurarsi se la voce dì un crollo in Palazzo Ducale riesce a scalfire questo soave, scintillante quadro di perfetta felicità. La felicità di una città restaurata, ridipinta, riaperta. Palazzo San Sebastiano attivato dopo secoli di silenzio e dì oblio. I clamorosi affreschi sbucati come d'incanto sulla testa dei bambini dell'asilo Strozzi, ospitati in ciò che resta della chiesa della Madonna della Vittoria. La visita alla casa del Mantegna, imperdibile per capire quel che si vedrà a settembre, la mostra delle opere del gigantesco pittore. L'incanto è durato le ore della perfetta, luminosa domenica dipìnta di rosso, di verde e di blu, il colore dei muri antichi, dei salici e dei platani, dell'acqua del lago. Fin quando l'ultimo autobus non se n'è andato via sgroppando al di là dei ponti di San Giorgio e dei Mulini. Quando, ritornata al suo passo, al suo silenzio, al suo vuoto, la città non ha incominciato a provare qualcosa di strano, non proprio un brivido: piuttosto, una sensazione inquietante, vagamente opprimente. C'è stato un crollo in castello. Una trave ha ceduto, patapunfete ha fatto il tetto della ducale dimora. Non un disastro, non una sciagura. Si rimedierà in fretta. Si deve. Anche se a tutti, oramai, è arrivato il messaggio: è stato il tempo, bellezza. Quindi, non resta che vigilare, vigilare, vigilare.