Albertini: Indro, patrono laico della città La statua nei giardini di via Palestro. Lo scultore: ho riprodotto la smorfia di quando scriveva È la storia di una statua dove ognuno ha portato il suo piccolo-grande contributo. Chi i vestiti, chi le foto, chi la macchina da scrìvere, chi suggerendo lo scultore, chi viaggiando più volte da Milano a Pietrasanta per seguire l'opera, chi battendosi perché non ci fossero intoppi burocratici. La statua dorata di Indro Montanelli, inaugurata ieri ai giardini pubblici di via Palestro dal sindaco Gabriele Albertini è una memoria condivisa della città. L'esatto contrario di quanto è successo e succede ancora a Milano con altre targhe e altre lapidi. Il sole splende su via Palestro. Ieri, Indro Montanelli avrebbe dovuto compiere 97 anni. Milano ha pronto un regalo, impacchettato sotto un telo blu e posto su un basamento di pietra che ricorda una stanza, la sua «stanza». Intorno ci sono i parenti, gli amici di una vita, i giornalisti. La nipote Letizia Moizzi, la compagna Marisa Rivolta, Alain Elkann e la moglie Giusy Greco, Giorgio Forattini. Ci sono sindaci ed ex sindaci. Gabriele Albertini, ma anche Paolo Pillitteri e Giorgio Guazzaloca, il vice Riccardo De Corato, l'assessore Stefano Zecchi, la consigliere Ds Marilena Adamo. C'è mezzo Corriere della Sera. In mezzo lo scultore Vito Tongiani, autore della statua. Una forza della natura fatta uomo. Cala il telo. Il pubblico si copre gli occhi. Il giallo del sole rimbalza sull'oro della statua. Qualcuno si stupisce del colore, tutti applaudono. Perché riconoscono quella vecchia foto che ha fatto il giro del mondo: Montanelli seduto su una pila di giornali, la Lettera 22 sulle ginocchia, il dito come un artiglio pronto a pigiare sui tasti, quel bavero del cappotto rialzato. L'unica differenza è il cappello. Non è in testa, è poggiato su un lato. «Perché volevo far vedere quello sguardo - spiega Tongiani - quella sua smorfia quando scriveva». E gli occhi di Montanelli guizzano dalla pagina di A4 a un invisibile lettore destinatario dell'articolo. Il suo unico padrone. Un lavoro d'insieme, come una musica da camera. Dalla scelta dell'artista che vede coinvolti la famiglia, il sindaco, Marcello Pera, Alain Elkann e soprattutto sua moglie Giusy Greco che conosceva le opere di Tongiani. Altro problema. Lo scultore non aveva conosciuto Montanelli di persona. La nipote ha fornito a Tongiani foto, scritti e anche gli abiti di Montanelli con cui Tongiani ha rivestito un manichino per studiare pieghe e movimenti. La Lettera 22 è arrivata invece dalla Fondazione Montanelli-Bassi di Fucecchio presieduta da Alberto Malvolti, presente all'inaugurazione. Albertini, Zecchi e De Corato si sono sobbarcati dei viaggi mensili per controllare lo stato d'avanzamento dell'opera. Quest'ultimo ha dovuto combattere anche con la commissione Monumenti molto dubbiosa sul recinto che circonda la statua. Alla fine l'opera è svelata. Il sindaco lo incorona «il santo patrono laico della città». Poi esce dalla retorica così poco amata da Montanelli e scherza: «Indro mi ha chiamato questa mattina per dirmi "Gabriele, hai fatto una bi-scherata", ma so che mi perdonerà». È commossa Marisa Rivolta: «Sono molto emozionata. Ci tornerò da sola». «Il monumento restituisce appieno la sua immagine - dice Elkann -. Gli sarebbe piaciuta questa scultura che riproduce in modo fedele il gesto delle sue mani che si muovono veloci tra i tasti. Gesti che tante volte ho osservato standogli accanto». Lo avrebbe voluto vedere in piedi il suo amico Forattini: «Come Charles De Gaulle, con il bastone in mano». Per un motivo: a pochi passi da qui Montanelli fu gambizzato dalle Br. Si appoggiò con le mani alle inferriate per non cadere: «Perché se doveva morire, voleva morire in piedi. Ecco, mi sarebbe piaciuto vederlo così».