In un angolo appartato del lingotto, per chi sa scovarla, c'è una fotografia dal significato simbolico sconvolgente; Benedetto Croce e Alessandro Casati in un parco di Arcore, entrambi stretti in giacchette che hanno visto tempi migliori. È stata scattata nell'Italia che usciva dalla guerra, nel 1946, in occasione del viaggio che portava don Benedetto a Milano e Torino a pronunciare il suo discorso sulla Fine della civiltà. La fotografia fa parte della mostra su Croce dalla Costituente alla nascita della Repubblica portata qui dalla Regione Campania. E il parco di Arcore è proprio «quello»: quello comprato trent'anni dopo con villa a prezzi stracciati dal Cavaliere per farne la propria reggia. Mettiamola, questa foto, accanto a quelle di ieri mattina, d'agenzia, che documentano, per la prima volta nei diciassette anni della Fiera del libro, la totale assenza di esponenti di governo all'inaugurazione: nessun ministro di Berlusconi, neppure il sottosegretario Bono che in genere va in trasferta dappertutto. E, sul piano di «fine della Civiltà», i conti sono stucchevolmente facili. La XVII Fiera del Lingotto, con ministri o senza, è dunque cominciata. Ora, siccome è un avvenimento editoriale dalla fisionomia mutevole e mai del tutto definito, chiediamoci anzitutto: quale fiera? In quanto evento culturale, questa del 2003 ha un tema etereo, i «colori»: sotto il quale ogni dibattito è possibile, ma nei prossimi giorni andranno forte soprattutto etica politica, Islam, nuove frontiere della scrittura, romanzi di genere (nero, rosa ecc...). Usciti come siamo (se siamo usciti) da una guerra, e navigando come stiamo nel terrorismo, si sarebbe preteso più coraggio: non era meglio premere il piede su questo pedale? Quanto a visitatori è, com'è tradizione, una Fiera dalla fisionomia fortemente regionale (a occhio, ieri meno visitatori del solito, salvo la ressa di adolescenti torinesi alle 17,15 allo stand di Scheiwiller, dove Buffon sponsorizzava un libro sulla storia della sua squadra, Forza Juve). Dall'anno scorso la Fiera cerca, poi, di trasformarsi in vero mercato: non solo di volumi, ma di diritti, con lo spazio dedicato ad agenti italiani e stranieri. E di internazionalizzarsi: quest'anno, oltre alla presenza in forze degli ospiti d'onore, i canadesi, uno stand ospita l'editoria di sei paesi europei dell'Est: Albania, Bulgaria, Slovacchia, Croazia, Serbia, Ungheria. Ma il senso vero, della Fiera, suo proprio, resta questa concedere visibilità alle mille realtà editoriali del nostro paese, in genere, in libreria come nel mercato pubblicitario, schiacciate dai colossi.Più esattamente, 1200: tanti sono gli editori presenti quest'anno, con un incremento di ben cento nuovi. Geograficamente come sono distribuiti, questi editori? Gli ultimi dati, quelli del Rapporto di Guliano Vigini, datato 1999, davano queste cifre: in Italia erano in tutto 3.688, dei quali 1.712 al Nord, 1.449 al Centro, 527 al Sud. Cifre, come si vede, strettamente connesse allo sviluppo economico delle tre Italie. E, salvo verifiche più puntuali, la Fiera ci sembra rispettale le percentuali, quanto a stand espostiivi. E, non è un caso, il dibattito più cruciale ieri è stato sul tema I piccoli editori e le concentrazioni: Rodrigo Dias (Associazione Librai Italiani), Gian Arturo Ferrari (Mondadori), Sandro Ferri (eo) e Vittorio di Giuro (Sylvestre Bonnard) moderati da Fabio Gambaro, si sono confrontati partendo da un pamphlet pubblicato da Bonnard, appunto, piccola casa milanese, Editoria condizionata di Janine e Greg Brémond. I due autori, già dipendenti di Hachette, diventati editori in proprio, denunciano la concentrazione editoriale in Francia, dove si profila la fusione Vivendi-Hachette, (al vaglio della Ue) che porterebbe il nuovo colosso a divorare il 50 del mercato. E, in una linea analoga a quella di Andre Schiffrin -autore di un altro accesissimo pamphlet uscito negli anni scorsi - parlano della nascita di una nuova editoria rispondente solo alle logiche del profitto, di puro marketing , basata, anche, sulla manipolazione del pubblico. È vero, ed è vero per l'Italia? Da noi, ha ricordato Ferrari, di concentrazioni ce ne sono quattro, invece di una: Mondadori, Rcs, Longanesi, Feltrinelli (quest'ultima ha puntato anziché sull'acquisizione di marchi editoriali, su quella delle catene di librerie). In quattro si pappano il 70 del mercato. Per Ferrari, naturalmente, il tutto «è»; è la realtà, e va pure bene. Dice: le concentrazioni si formano perché c'è chi vende il proprio marchio, e le concentrazioni fanno bene a chi le realizza. Nel 2002 in Germania i tre più grandi gruppi hanno avuto una perdita di esercizio di 150 milioni di euro, mentre gli italiani sono in attivo. Ferri gli controbatte che ai piccoli e ai medi editori, invece, non va bene per niente: molte case editrici nascono e muoiono (non superano la «traversata del deserto», come l'ha chiamata Paolo Boringhieri, cioè l'assestamento che arriva quando un editore ha accumulato un catalogo che gli permette di affrontare le spese correnti di gestione); e, soprattutto, aumenta il tasso di mortalità delle librerie indipendenti, quelle che in teoria possono meglio veicolare l'editoria di nicchia. In più nel 2002 si è abbattuto sul mercato italiano il fenomeno dei «nuovi editori»: Repubblica e Corriere della Sera che, con le loro serie di romanzi, 38 milioni di copie vendute, un utile presumibile di altrettanti milioni di euro, se non il doppio, hanno eroso il nostro già asfittico mercato. Dias, Ferrari, lo prende di petto: colpa del direttore di Mondadori, battersi - come fa - per la liberalizzazione totale del prezzo del libro (che strangolerebbe i piccoli librai), colpa dei grandi gruppi operare in condizioni di concentrazione non solo editoriale, ma finanziaria, distributiva e pubblicitaria. Insomma, a prevalere è una «logica darwiniana». Una signora dalla platea chiede: voi colossi, visto che guadagnate cosi bene, perché non spendete qualche soldo in campagne per allargare in Italia il mercato dei lettori? Ottima domanda.
Piccolo (editore) non è per niente bello
La XVII Fiera del Lingotto è iniziata con una mostra su Benedetto Croce e una fotografia simbolica del Cavaliere con Alessandro Casati in un parco di Arcore. La fiera cerca di trasformarsi in mercato, con lo spazio dedicato ad agenti italiani e stranieri, e di internazionalizzarsi. Ci sono 1200 editori presenti, con un incremento di 100 nuovi, e la distribuzione geografica è simile a quella del 1999. Il dibattito più cruciale è stato sul tema I piccoli editori e le concentrazioni, con i partecipanti che hanno denunciato la concentrazione editoriale in Francia e la nascita di una nuova editoria rispondente solo alle logiche del profitto.
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