Solo dopo che il polittico e la cornice saranno stati tolti dall'altare maggiore della basilica di San Zeno sarà deciso se ricollocarli al suo posto oppure metterli in mostra alla Gran Guardia Il sopralluogo dei giorni scorsi ha evidenziato l'urgenza di un intervento di restauro statico e conservativo La cornice è tutta fuori asse e sta in piedi quasi per miracolo Bolle e perdite sulle tavole e la minaccia del tarlo Tempo un mese e mezzo e la Pala del Mantegna sarà tolta dall'altare maggiore della basilica di San Zeno per essere spedita in un laboratorio di restauro, per alcuni urgentissimi interventi di salvaguardia. Lavori che, in una prima fase, quella dell'emergenza, dovrebbero essere conclusi in tempo per l'apertura della grande mostra nazionale in occasione del quinto centenario della morte di Andrea Mantegna, che si apriranno contemporaneamente a Padova, Mantova e Verona il 16 settembre prossimo. Dopo di che l'intero polittico tornerà in «clinica» per completare il restauro. Resta aperta la questione del trasferimento, da settembre a gennaio, della Pala alla Gran Guardia, dopo il primo rattoppo d'urgenza. Una decisione definitiva non è stata ancora presa, ma a questo punto, dal momento che comunque il capolavoro dell'artista padovano sarà smontato dalla sua collocazione originale, diventa più difficile la posizione di chi, come il grande storico dell'arte Lionello Puppi, sostiene che essa andrebbe ammirata nella sua collocazione originale, in quanto Mantegna fece addirittura aprire una finestra sul lato destro dell'abside per far cadere sul dipinto una luce naturale che andasse a sovrapporsi esattamente su quella interna al quadro che lui aveva dipinto. La decisione definitiva sui tempi di questo intervento necessario e assolutamente improcrastinabile sarà presa nei prossimi giorni, dopo un secondo consulto in basilica, che segue quello di prima di Pasqua, che vedrà presenti gli specialisti dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ossia lo storico Marco Ciatti, la restauratrice Paola Bracco e il capo tecnico Roberto Boddi, il soprintendente per il Patrimonio storico artistico Mauro Cova, con alcuni dei suoi tecnici restauratori, la direttrice dei Musei civici e della Mostra del Mantegna, Paola Marini, l'abate di San Zeno, monsignor Rino Breoni, l'architetto Fabio Pachera, che sta seguendo i restuari del campanile di San Zeno, l'ingegner Mauro Ionta, che cura l'adeguamento della Gran Guardia alle esigenze climatiche della mostra mantegnesca, e probabilmente anche il vicesindaco Maurizio Pedrazza Gorlero. Le motivazioni dello smantellamento della Pala e della cornice sono state illustrate ieri in un comunicato congiunto del soprintendente Cova e della direttrice di Castelvecchio Marini. «In attesa di un nuovo sopralluogo operativo già programmato nei prossimi giorni e della relazione che l'Opificio sta stendendo», scrivono, «è possibile anticipare che i principali problemi conservativi dell'opera riguardano la cornice e la struttura di sostegno e sono in parte dovuti al restauro condotto a Milano da Mauro Pelliccioli nel 1933-34, che ne assotigliò e raddrizzò le tavole, inserendo al retro una parchettatura troppo rigida. Complessivamente buono», continuano, «è apparso lo stato della pittura, anche in ragione dell'accuratissima preparazione con "impannatura" a tela e mestica del supporto realizzata dall'artista. Si sono tuttavia riscontrati sollevamenti e piccole cadute di colore, localizzati prevalentemente nello scomparto di sinistra, originariamente il più fragile e nel 1973 sottoposto anche al trauma del furto». Di qui la decisione del restauro immediato. «Appaioni necessari», spiegano Cova e Marini, «interventi di fermatura del colore da eseguire in piano, una vasta campagna di analisi non invasive consentite dalle tecnologie attuali e soprattutto lo smontaggio della cornice, la sua disinfestazione, il restauro, la ricostruzione del suo originale montaggio che, eliminando improprie tensioni, garantisca stabilità e sicurezza sia alla carpenteria, sia alla pellicola pittorica». Per quanto riguarda la mostra, invece, ogni decisione è ancora rinviata. «Come tutto ciò si concilierà con l'attesa di poter godere del capolavoro veronese di Andrea», concludono, «vero e proprio fulcore ideale della prossima mostra veronese, sarà l'oggetto, delicatissimo, di una imminente riunione». L'ultimo intervento di manutenzione straordinaria della Pala era stato eseguito dal laboratorio di restauro della Soprintendenza di Verona nel 1992. «Ma adesso», specifica Cova, al quale abbiamo chiesto ulteriori ragguagli, «abbiamo scoperto che la Pala non gode di buona salute. Anzi, per certi versi, come hanno detto gli esperti dell'Opificio delle Pietre Dure, che insieme all'Istituto centrale del restauro di Roma è uno dei due centri di riferimento nel campo della tutela e della conservazione delle opere d'arte, è un miracolo che sia ancora in piedi. Le colonne, soprattutto la prima a sinistra, sono fuori asse, ma non c'è quasi nulla nella cornice che sia a piombo». Il sondaggio eseguito nella Settimana Santa ha messo inoltre in evidenza la presenza di tarli, segnalata dalla classica polverina di legno. La doratura in molte parti è gravemente intaccata, mentre le basi delle colonne sono corrose, con un un legno ormai molto poroso e quindi poco resistente. «È chiaro che la questione dell'esposizione alla Gran Guardia in questo momento passa in secondo piano», dice Cova, «perché prioritario è l'intervento restaurativo. Entro i primi di giugno la Pala sarà smontata, portata in un luogo sicuro e idoneo, senza però uscire da Verona, dove avverrà un primo intervento urgente di tamponamento delle emergenze in modo che per metà settembre possa essere esposta. Se alla Gran Guardia o in San Zeno, questo sarà deciso successivamente. E a fine mostra sarà completato il restauro in modo che quest'opera di quasi 550 anni possa continuare a vivere».