Cumuli di scatoloni polverosi, intere cassapanche di carte sbiadite, pile di documenti rosicchiati dall'umidità. Il tutto ammassato nei seminterrati di villa della Farnesina. Era un immenso patrimonio disastrato e pronto a sparire quello che si son trovate davanti due funzionarie della Soprintendenza archivistica del Lazio, quando hanno incominciato a fare rivivere tutta la produzione culturale della Reale Accademia d'Italia, fondata da Mussolini nel '26 per sostituire l'Accademia dei Lincei con qualcosa di più in linea con regime fascista, e poi eliminata con la caduta del Regime. Migliaia di documenti e inediti sono stati riportati alla luce e inventariati. E fra breve andranno ad arricchire l'archivio dell'Accademia dei Lincei. La pubblicazione dell'inventario, un volume di 500 pagine, è stata curata da Paola Cagiano de Azevedo ed Elvira Gerardi. L'opera sarà presentata oggi all'Accademia dei Lince. Il Messaggero anticipa storia e contenuti di questo prezioso strumento a disposizione di studiosi e non. «Nonostante le peripezie e i trasferimenti di sede dell'Accademia d'Italia l'archivio risulta praticamente integro - dice Paola Cagiano de Azevedo - e testimonia la presenza e l'attività culturale, scientifica e tecnica delle figure più rappresentative del nostro Paese per il periodo che va dalla fine degli anni '20 al 1944». Ci sono scritti di Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello, Gabriele D'Annunzio, (che furono presidenti dell'Accademia), Marcello Piacentini, Filippo Tommaso Marinetti, Aristide Sartorio, e tanti altri, le cui opere sono tuttora di grande interesse. Non tutti sanno, per esempio, che fu Benito Mussolini in persona a volere la Reale Accademia d'Italia e ad indicare con dovizia di particolari i caratteri che questo organismo doveva avere: «Nasce dopo due avvenimenti destinati ad operare formidabilmente nella vita e nello spirito di un popolo: la guerra vittoriosa e la rivoluzione fascista», disse il Duce il 28 ottobre del 29, giorno in cui - dopo quattro anni di travaglio - l'Accademia fu inaugurata. Presto fu fatto presidente Guglielmo Marconi, il quale intraprese numerosi viaggi all'estero utilizzando la sua autorevolezza di grande scienziato per diffondere la cultura italiana in vari Paesi. E' proprio di Marconi, per esempio, il testo del radiomessaggio inviato al popolo americano in occasione della questione abissina. Anche questo documento è uno degli inediti scoperti durante il recupero dell'archivio dell'Accademia. «L'Italia è in questi giorni accusata di aver violato gli obblighi assunti - spiegava Marconi nel '35 agli americani, chiedendo loro "un giudizio obiettivo e una comprensione umana" - la verità è che si vuole colpire l'Italia perché chiede il suo posto al sole. Questo posto non le può essere negato: il suo passato è garante della missione civilizzatrice che ella potrà svolgere in Africa...». E ricordava poi tutte le opere costruite dai nostri soldati nella loro avanzata di decine di chilometri al giorno lungo il deserto. Dunque, secondo lo scienziato, come poteva "un tribunale frettoloso" dare torto all'Italia e condannarla contro l'Abissinia «dove vige la primitiva legge della foresta, dove lo schiavo è una cosa, dove persiste la vendetta privata eretta a consuetudine sociale, dove si uccide, si mutila e si tortura in base ad editti di antichi tempi...». Non emerge con chiarezza dagli appunti ritrovati quando questo discorso fu trasmesso. Gli studiosi potranno derimere eventuali incertezze. Ma dalle parole del suo presidente si capisce chiaramente quale ruolo avesse ormai assunto l'Accademia intorno alla metà degli anni Trenta. Fra gli altri inediti riscoperti, quelli relativi alla bonifica libraria e quelli sull'espulsione degli accademici ebrei.