Sembra impossibile, ma gran parte del patrimonio dell'antichità è ancora da scavare. Lo conferma un gruppo di studiosi che, da dieci anni, cerca di andare più a fondo. Partendo dal cielo L'Italia è uno dei paesi al mondo più ricchi di reperti archeologici. E questa è una banalità. Del patrimonio archeologico italiano si sa quasi tutto. E questo è un errore. Se non vi sembra possibile che dopo cinquecento anni di scavi, scientifici o di rapina, in Italia non si sappia ancora molto su quanto esisteva nel passato, chiedete conferma a Marcello Guaitoli, professore di topografia antica all'Università di Lecce. «Da dieci anni stiamo portando avanti il progetto Sit, Sistema informativo territoriale per i beni culturali, un tentativo di censire integralmente l'immenso tesoro di antichità. I primi risultati del nostro lavoro, presentati a Roma a marzo, dimostrano che conosciamo solo un 5 per cento del totale, il resto è ancora sepolto». Il Sit usa strumenti informatici cartografici che permettono di riportare sulle mappe sia la mole di dati già noti, sia le nuove informazioni provenienti dall'interpretazione delle foto aeree. E, soprattutto, da una ricognizione a tappeto dei terreni, effettuata da esperti. «È uno strumento» prosegue Guaitoli «per pianificare gli scavi futuri, ma anche per facilitare sorveglianza, tutela e valorizzazione del patrimonio. Ed è utilissimo anche ad evitare sprechi e ritardi nella realizzazione delle opere pubbliche, permettendo ai progettisti di evitare le zone di interesse archeologico». A lavorare al progetto sono una sessantina di ricercatori, studenti, laureandi e dottorandi in tutta Italia che, lavorano sia negli archivi che sul campo. I risultati? «Per adesso abbiamo censito per il Sit solo alcune zone in Puglia, Lazio, Campania, Abruzzo e Toscana, grazie all'Università di Siena» dice Guaitoli. «In tutte queste zone possiamo confermare che in media il 95 per cento del patrimonio archeologico resta sotto terra, ignoto agli studiosi ed alle autorità che lo dovrebbero tutelare, ma talvolta ben conosciuto dai tombaroli». Prendiamo la zona di Soriano nel Cimino, vicino a Viterbo. Qui per la mappatura del Sit è stata controllata a fondo un'area di 100 chilometri quadrati. Prima di cominciare, una ricerca approfondita negli archivi aveva rivelato 51 punti di interesse archeologico già noti: percorrendo il terreno gli archeologi ne hanno individuati altri 444. Poco lontano, nella zona di Castel d'Asso, 44 punti noti e 505 nuovi individuati. A Torrimpietra, vicino Roma, 40 punti noti e 777 scoperti. Intorno a Lecce, 204 punti noti e 1493 nuovi individuati. E così via. Ma come si rilevano queste zone sconosciute? Lo spiega Patrizia Tartara, ricercatore archeologo del Cnr, che ha partecipato a tutte le campagne di mappatura del Sit. «Innanzitutto raccogliamo tutti i dati noti in letteratura e li mettiamo sulla mappa. Poi utilizziamo archivi meno consueti, come quelli delle famiglie nobiliari che possedevano i terreni, per scoprire indizi sull'esistenza di punti di interesse oggi sconosciuti. Poi esaminiamo i toponimi, ad esempio luoghi con nomi come "civita" o "palazzo", conservano il ricordo di edifici scomparsi; i termini "saraceno" o "pagano" segnalano antichi edifici non cristiani; il toponimo "dell'oro", "del tesoro" può far riferimento a ritrovamenti preziosi, mentre nomi tipo "del bamboccio" possono riferirsi alla presenza di statue e così via». Molto importanti sono le foto aeree, antiche e recenti, ottenute durante i sorvoli di controllo dei Carabinieri o rovistando negli archivi dell'Istituto geografico militare o addirittura della Raf, che fotografò l'Italia durante la Seconda guerra mondiale. Dall'alto, specialmente dopo un periodo di pioggia, si vedono con chiarezza i segni di mura o tombe o ruderi sepolti, perché la pietra ha tempi di essiccamento diversi dal terreno. E con questo mezzo i risultati possono essere eccezionali. «Tutti conoscono la grande necropoli etrusca di Cerveteri» spiega Tartara «con le sue tombe monumentali. Bene, le foto dell'Istituto geografico militare degli anni 1929-30 mostrano che l'intera necropoli è dieci volte più estesa di quanto oggi sia visibile e vincolato. Su gran parte delle tombe sono state ormai costruite case e strade, ma ce ne sono ancora migliaia da scoprire e scavare». Così ci sono ancora città da portare alla luce per non parlare delle strade che le collegavano. «Controllando un terreno presso Roma» racconta Tartara «ho notato una collina aperta da uno spacco. Ho abbattuto i rovi a bastonate ed ho scoperto un tratto di 150 metri di una tipica grande strada romana, larga 8 metri e perfettamente selciata. Era la via consolare Cornelia, che andava da Roma a Cerveteri, della quale si erano perse le tracce da secoli. Poco lontano pezzi di intonaco colorato, tessere di mosaico e tegole che emergevano da un campo arato, indicavano la presenza dei resti di una ricca villa, costruita lungo la strada. Quando ho chiesto ai contadini che fine avesse fatto il resto del selciato, mi è stato risposto candidamente, che era stato rimosso alcuni anni prima, perché le mucche, scivolando sul basolato di selce, potevano farsi male».