L'illustre archeologo si è battuto da subito contro la manomissione del monumento CAGLIARI. A suo tempo, contro la decisione di rivestire di legno i posti a sedere dell'anfiteatro romano, c'era stata quasi una sollevazione. Centinaia di specialisti, esperti in vicende della storia regionale, studiosi ma anche semplici cittadini: quasi tutti avevano contestato il nuovo look maldestramente attribuito a uno dei monumenti di maggior rilievo dell'isola, arrivando persino a promuovere una raccolta di firme. Tra i più fermi nel denunciare i rischi di stravolgimento legati l'iniziativa presa in quegli anni, il principe degli archeologi sardi Giovanni Lilliu e il giornalista-scrittore Sergio Frau. E sono proprio loro, adesso che la lunga querelle sembra arrivata all'epilogo, tra i primi a intervenire e a non nascondere la gioia per un provvedimento destinato a restituire all'anfiteatro il suo antico splendore. «E' una soluzione giusta», commenta l'ultranovantenne Lilliu, accademico dei Lincei, celebre anche per aver scoperto il villaggio di Barumini e per gli approfonditi studi sulla civiltà nuragica. «Fin dall'inizio, quando si era cominciato a parlare di coperture, avevo manifestato la mia contrarietà continua il decano degli archeologi dell'isola . Quelle strutture, in tutto questo tempo, hanno falsato l'architettura del complesso: quando mai un teatro nato di pietra e in parte scavato nella roccia può diventare di legno? Addirittura l'acustica è risultata differente, in qualche modo artefatta». Dopo aver ricordato come alla battaglia per lo smantellamento delle impalcature avessero aderito in tantissimi, Lilliu rammenta come nessuno in tutti questi anni si sia mai sognato di tentare operazioni analoghe per complessi in qualche modo simili: «Chi mai si sarebbe azzardato ad agire così a Pompei oppure nell'arena di Verona?», si chiede con la consueta vitalità che il passare del tempo non pare aver scalfito. Per poi aggiungere: «Sono davvero felice che l'anfiteatro di Cagliari sia restituito agli spettatori e ai visitatori nella stessa situazione che lo ha caratterizzato per secoli». «Evidentemente Dio esiste e sa quel che fa esordisce l'inviato speciale di "Repubblica" Sergio Frau . Soprattutto Dio si sarà informato dell'esistenza della Dichiarazione di Segesta: nel 1995 in Sicilia è stata sottoscritta una Carta che disciplina l'uso degli spazi storici e archeologici per spettacoli e altre manifestazioni in tutto il Mediterraneo. Ebbene, tra le indicazioni date in quel contesto non figuravano certo le coperture di legno». Sul caso e sulle polemiche sollevate dall'intervento il giornalista (autore del fortunato best seller «Le Colonne d'Ercole», nel quale si riposiziona nel Canale di Sicilia anziché a Gibilterra lo stretto che nella primissima storia era il limite occidentale estremo dei Greci) ha scritto diversi articoli. Dalla sua stessa parte e dalla parte di Giovanni Lilliu, si era fra gli altri schierata anche Italia Nostra. «In negativo tutto questo, insieme con i palazzi a vista sulla necropoli fenicia di Tuvixeddu, dimostra quanto possa rivelarsi pericoloso uno strapotere periferico assoluto conclude Frau . Se si facesse più attenzione nel gestire in maniera corretta un patrimonio culturale unico come quello sardo, fatti come questi non accadrebbero. Ci sarebbe quasi da augurarsi che un domani venisse istituito una sorta di Tribunale Russel per la violazione dei diritti dei beni storici e architettonici del nostro Paese». Sulla questione interviene un altro archeologo, Marcello Madau, docente all'accademia di Belle arti di Sassari. «Il ritorno al passato è una bellissima notizia afferma lo specialista . Direi che l'intervento avrebbe dovuto essere disposto ben prima di oggi. Dispiace un po' infatti che gli organi giurisdizionali debbano sopperire a quello che avrebbero potuto fare gli organi competenti per la tutela del patrimonio storico e architettonico». Ancora Madau: «C'è da sperare adesso che si trovino altri spazi per le rappresentazioni: Cagliari ha grandi risorse culturali che non devono venire sacrificate ulteriormente. E l'anfiteatro è un'opera rara da preservare al meglio».