Dopo anni di polemiche sentenza del TAR subito esecutiva. Ricorso «improcedibile»: sindaco e sovrintendente erano già d'accordo nel 2002. Le strutture, finanziate con i fondi della legge sugli spettacoli, saranno rimosse a spese del Comune CAGLIARI L'anfiteatro di Cagliari, considerato dagli studiosi il più importante monumento sardo di Roma imperiale giunto sino a noi, deve essere liberato dalle tribune di legno destinate agli spettacoli estivi che lo hanno tenuto sepolto per 6 anni. L'ha deciso il Tar, con una sentenza subito esecutiva. Ma poteva e doveva succedere già nel 2002, quando soprintendenza ai beni archeologici e Comune si accordarono proprio per cancellare una scelta ritenuta scandalosa dai più. La vicenda è lunga, resa complessa dagli atteggiamenti delle istituzioni che, nonostante le denunce pubbliche sia durante i lavori per installare le tribune (fondi del Giubileo e Regione) sia dopo, negli anni, non hanno mai portato all'unica soluzione indicata come possibile. Perché l'anfiteatro tornasse com'era si espressero fior di studiosi, un ministro della Repubblica, alti dirigenti del ministero ai Beni culturali, amministratori comunali non cagliaritani, cittadini. Con la sentenza seguita all'udienza del 29 marzo e depositata pochi giorni fa, il Tribunale amministrativo regionale ha richiamato Comune e soprintendenze alle rispettive responsabilità. Nella sentenza, infatti, non ci si attarda a stabilire chi dei tre avesse ragione e chi torto. Di fatto si supera questo aspetto con la dichiarazione di improcedibilità per il ricorso, presentato nell'autunno del 2000 dagli avvocati del Comune, contro gli atti della soprintendenza archeologica e della soprintendenza ai beni monumentali che, finita la stagione di spettacoli all'aperto (motivo ufficiale della copertura dell'anfiteatro) invitavano l'amministrazione a togliere subito le tribune. Gli spalti di legno erano definiti «amovibili» nelle autorizzazioni delle soprintendenze, come nei progetti del Comune, e su quell'aggettivo fiorirono gli equivoci: per l'amministrazione comunale, nell'autunno 2000, amovibile voleva dire che potevano essere tolti, ma non prima dei cinque anni previsti dalla legge regionale sui finanziamenti per strutture di spettacoli; per le soprintendenze, amovibile voleva dire quel che lo stesso Comune attraverso suoi esponenti aveva dichiarato, vale a dire «dopo l'estate si smonta tutto». La scelta del Tar è tecnica, ma nella vicenda dell'anfiteatro romano diventa un piccolo capolavoro di mediazione tra enti che sono stati incapaci di trovare una soluzione nonostante, qui sta il colmo, nel 2002 si fossero incontrati per stabilire quale dovesse essere il percorso che avrebbe portato alla cosiddetta rimessa in pristino del monumento. Con la sentenza il Tribunale amministrativo, alle parti, in parole povere ha detto: il provvedimento della soprintendenza archeologica del settembre 2000 è stato superato dall'accordo del 2002 dove si stabiliva che entro e non oltre il dicembre di quell'anno «l'allestimento ligneo e metallico» dovesse essere rimosso. Con la bozza di accordo, rispetto alla rissa dell'autunno 2000, la situazione risultava modificata in uno degli aspetti più importanti: c'era finalmente la volontà di togliere la copertura al monumento. In qualche modo il Tar ha restituito valore alla strada scelta dopo il primo braccio di ferro ingaggiato nel 2000 e ha sancito la necessità di restare in sintonia su questo aspetto. Ribadito il valore di quella traccia, risulta chiaro che soprintendenze e Comune sono in ritardo di quattro anni. Ma per capire l'importanza della sentenza del Tar ai fini della salvaguardia del monumento bisogna tornare alla metà del marzo scorso quando, inaspettatamente, Comune e soprintendenza archeologica si incontrarono di nuovo per definire la bozza sullo smantellamento delle tribune. L'intesa non saltò fuori e l'udienza per la discussione di merito del ricorso comunale al Tar, in fondo, è servita per sentirsi dire: l'accordo è nelle cose, fatelo e basta. Stamani il soprintendente Vincenzo Santoni scriverà una lettera: al Comune deve chiedere come intenda procedere per smantellare le tribune e quali accorgimenti ritiene di adottare per restituire al monumento l'aspetto che aveva nelle cartoline pre 2000. Un argomento molto delicato: a suo tempo, le polemiche sulle autorizzazioni concesse dal tutore dei beni archeologici s'incendiarono non solo sull'opportunità di seppellire un manufatto di tal pregio, ma anche sull'incertezza di ritrovare il monumento intatto una volta che le tribune fossero state tolte. Per ancorare gli spalti, i tubi metallici erano stati infissi nelle gradinate di roccia. Nella primavera del 2000, in un cantiere meta di pellegrinaggi di cittadini increduli, i tecnici mostravano i sacchetti con i detriti della pietra, scavata per piantarci i tubi portanti. «Li conserviamo spiegava l'assessore ai Lavori pubblici, Raffaele Lorrai tutto sarà rimesso a posto». Adesso, i protagonisti sono cambiati a metà: il sindaco che difese la copertura del monumento era Mariano Delogu (oggi senatore, al suo posto Emilio Floris), l'assessore Lorrai e il soprintendente Vincenzo Santoni sono gli stessi, è cambiato il soprintendente ai beni monumentali: non più Francesca Pulvirenti, ma Gabriele Tola. Nessuno riuscirà a sorprendersi se l'accordo verrà formalizzato in un tempo breve: ora c'è il Tar a costringere gli indecisi. L'unica incognita: la bozza di accordo era stata studiata da Santoni, sarà accolta anche dai Beni monumentali? In caso negativo resta un solo giudice: il Consiglio di Stato.