Non è solo in questione «l'emergenza rifiuti» a Napoli, o l'ecomafia delle discariche. Ben oltre quei casi a sé, gli stranieri che scendono in Italia con la stagione delle vacanze commentano: «Città belle, ma sporche». Lo scrivono ai loro giornali, anche se pressoché dovunque le metropoli congestionate presentano sgradevoli scenari oltre ai guasti del pervasivo inquinamento. Altri visitatori della penisola, studiosi d'arte o scrittori, dedicano particolari attenzioni ai monumenti storici, quel complesso che i francesi chiamano patrìmoine e gli inglesi national heritage, segnalando l'incuria delle amministrazioni locali. «Eppure ci ripetono tante antiche piazze delle vostre città sono musei a cielo aperto». Esempio, lo scarso rispetto con il quale viene trattata piazza Navona tra Bernini e Borromini sopra i resti dello Stadio di Domiziano, inconcepibile per Place Vendôme a Parigi. Ma sulla decorosa tutela dei centri storici, e sul concetto stesso di decoro, i pareri divergono da tempo tra fautori della permissività e della severità. Basta ricordare le strenue dispute sugli usi di piazza San Marco a Venezia, dell'Arena di Verona, delle Terme di Caracalla, di piazza Sordello a Mantova o dei Loggiati degli Uffizi a Firenze. Chi vuole i luoghi celebri «vissuti» malgrado qualsiasi abuso, chi li vorrebbe invece «rispettati». Non potrebbero essere, insieme, vissuti e rispettati? Ma c'è di più, in tema di lassismo. Quanto costano i restauri sui marmi dei palazzi storici deturpati per gioco vandalico dalle vernici «spray», vantate come indelebili, che penetrano a fondo nelle antiche pietre? I giustificazionisti considerano simili sfregi come graffiti moderni, magari paragonabili a quelli pompeiani anziché a quelli della metropolitana di New York. Ma in massima parte risultano pretenziosi o demenziali sgorbi, a volte sfoghi dei fanatismi parapolitici e parasportivi, altre volte anonimi messaggi personali d'indole infantile. Se anche fossero classici graffiti firmati da Isso e Astilo redivivi, sarebbero anacronistici oltreché corrosivi sulle pietre antiche, mentre già recano danni costosi alle abitazioni, ai treni e agli autobus. Ma contro lo scempio, non opera un'efficace legge «antispray». Vincono i ludici bombolisti. E sulle disgrazie della vita urbana c'è ancora di più. L'estate, in queste città, è anche la stagione dell'inquinamento acustico notturno, senza centraline che possano misurarlo. Domina infatti la mania sagraiola delle radunate canore in piazza, spesso con impegno delle amministrazioni locali a favore dei bisognosi d'emozioni collettive, ma contro tutti gli altri che vogliono e devono dormire. A nulla valgono le suppliche, o proteste, con raccolte di firme. Dunque, ossessivi echi di voci e ritmiche percussioni, aggressivi suoni tecno, frastuoni propagati da potenti basi elettroniche. Non è deprecabile, s'intende, un concerto straordinario come quello recente di Paul McCartney ai Fori, ma lo strepito di ogni notte. All'aperto, non solo nelle discoteche e neanche nei parchi, ma fra le abitazioni. Si potrà obiettare che la città, in se stessa, è rumorosa. Ma senza limiti né misura? Si può anche ricordare che proteste contro i fragori notturni risalgono ai tempi antichi. Già nell'urbe giovenaliana, tIra un milione di cittadini romani e trasmigrati persiani, egizi, pannonici, siriaci, Decimo Giunio denunciava clamori che «anche a un druso, a un leone marino toglierebbero il sonno». Ma non aveva udito ancora niente.