Più di due anni di lavoro, una data inaugurale annunciata con molti mesi di anticipo e poi rispettata, oltre trentasettemila visitatori: la mostra dedicata a Francesco Lojacono che si è svolta nei mesi scorsi presso la (prossima) sede della Galleria d'arte moderna ha segnato per il panorama cittadino un segnale in controtendenza rispetto alla maggior parte delle iniziative espositive varate sotto l'egida delle pubbliche amministrazioni. Merito di una efficace capacità organizzativa ma anche delle linee programmatiche messe a fuoco dal comitato scientifico della mostra (formato da specialisti dell'Ottocento quali Gioacchino Barbera, Luisa Martorelli, Fernando Mazzocca, Carlo Sisi affiancati dalla direttrice della Civica Galleria Antonella Purpura) che infine, complici la popolarità di Lojacono e il recupero degli spazi del complesso di Sant'Anna, hanno incontrato il favore del pubblico con dati significativi. Non si tratta di novità assoluta: anche in occasione di alcune mostre promosse dalla Galleria regionale di Palazzo Abatellis ("Wunderkammer", tra il 2001 e Ì12002, e "Aromataria", ancora in corso) l'incremento dei visitatori è stato stimato intorno al 40 per cento, a conferma di come la autonomia scientifica e la validità dei progetti culturali siano un tassello fondamentale per assicurare il successo delle mostre. Di questo, ma anche dei rapporti tra musei, mostre e territorio e dei modelli di gestioni si è discusso nei due giorni scorsi nel convegno "Musei mostre città", organizzato dalla società Campodivolo in collaborazione con la Fondazione Banco di Sicilia. L'occasione, certo, per fare il punto sul trasloco delle collezioni della Civica Galleria d'Arte Moderna di Palermo dalla storica sede di via Turati previsto nei prossimi mesi, quando le raccolte troveranno nei nuovi spazi un ordinamento in grado di leggere la complessità di una cultura quella dell'Ottocento fortemente rivalutata da quasi un ventennio anche nei suoi aspetti accademici sia in termini di mercato che di allestimenti museali. Temi tutt'altro che peregrini, che investono comunque almeno altri due aspetti dell'attuale dibattito sulle strutture museali: il primo più specificamente culturale, concerne quel rapporto tra collezioni ottocentesche e nove-centesche (in termini di promozione e indagine ma anche di nuove acquisizioni) che costituisce il profilo bicefalo di molte delle Gallerie d'arte moderna italiane, a cominciare da quella di Roma; e che per l'istituzione palermitana trova il suo nucleo più significativo per il Novecento in quell'importante gruppo di opere di artisti tra le due guerre Sironi, Casorati, Campigli, Cagli lasciato poi privo di seguito. Il secondo aspetto è invece di tipo gestio-nale, e riguarda il ventaglio di possibilità amministrative e giuridiche necessarie per assicurare un funzionamento corretto dei musei. Non a caso al convegno sono stati invitati a relazionare direttori e soprintendenti di realtà ampiamente consolidate, dalla Galleria d'Arte Moderna di Torino a quelle di Genova e di Roma, dai Musei Civici di Venezia a una struttura come il Mart di Rovereto lanciata nel panorama delle strutture espositive con una accorta campagna promozionale. Tutti esempi che pongono alla parallela istituzione palermitana una serie di quesiti, soprattutto per quella mancata autonomia finanziaria di cui si parla, anche pubblicamente, almeno dagli anni Ottanta e che costituisce a tutt'oggi un freno non di poco conto a una reale possibilità di programmazione espositiva. In altri termini: mostre come quella attualmente in corso alla Gam di Torino ("Metropolis", dedicata al tema della città nei primi due decenni del Novecento) o proprio al Mart ("La danza delle avanguardie") necessitano di tempi lunghi di preparazione per i contatti, le richieste di prestito, la messa a punto del percorso scientifico e di risorse finanziarie certe. A Palermo la Civica Galleria confida invece per qualsiasi iniziativa nelle scadenze incerte del bilancio comunale, varato oltretutto sempre con ritardo; né l'assenza di uno statuto (che comprenda ad esempio la designazione di un consiglio scientifico, di curatori per aree da designare con contratti a termine, di responsabili per l'area didattica) aiuta a definire una struttura più efficiente anche e soprattutto per le diverse funzioni che oggi vengono richiesti al museo e che investono la sua articolazione complessiva. Anche per un aspetto problematico come quello delle nuove acquisizioni, capitolo difficile per la Galleria palermitana le cui collezioni, come ha rilevato Fernando Mazzola nel suo intervento, sono lacunose anche nella documentazione della vicenda artistica siciliana tra neoclassicismo e inizi Novecento, e valgono piuttosto che esemplificazioni del gusto ufficiale attraverso i gruppi di acquisti storicizzati, come quelle effettuati in occasione della Esposizione Nazionaledell891 o della Biennale di Venezia del 1907. Il passo da compiere, insomma, è quello in direzione di una reale e complessiva autonomia economica e decisionale rispetto ai percorsi attuali in cui sono le singole iniziative ad essere di volta in volta promosse dagli assessorati, lasciando a questi ultimi il compito di assicurare il corretto funzionamento delle strutture istituzionali quali, a tutti gli effetti, sono le Gallerie d'arte moderna. Tema non facile, e non soltanto in Sicilia ma nell'isola forse più che altrove: le recenti polemiche sul non ancora nato Museo d'arte contemporanea di Palazzo Belmonte sono lì a dimostrarlo.