Basta parlarci solo pochi minuti per rendersi conto che Roberto Conforti, generale di Divisione dei Carabinieri, ha una storia lunga e avvincente da raccontare. Per giunta ha una memoria di ferro: ricorda attimo per attimo tutte le azioni condotte nel decennio in cui ha retto il Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Fino al 31 agosto del 2002. Ha contrastato il commercio illecito delle opere d'arte in qualsiasi angolo del mondo. E non è stanco. Ci sono dei compiti professionali che invadono la personalità e ne dettano i ritmi di vita: Conforti ne porta i segni visibili. L'arte è ormai parte integrante del suo pensiero. Mai banale e sempre entusiasta. Negli anni in cui ha guidato il Comando per la tutela del patrimonio culturale ha organizzato sette convegni internazionali, a cui hanno partecipato i funzionari di tutte le nazioni europee ed extraeuropee. È stato chiamato, sempre in ordine all'attività di contrasto al traffico di opere, in Francia, in Inghilterra, dove è stato sentito dalla Commissione Cultura, Media e Sport e in un'audizione in Parlamento, in Spagna, Portogallo, Ungheria, Russia, Austria, Giordania, Giappone. Se ci fossero ancora dubbi sulla sua «inclinazione» internazionale, basti considerare che, fra le sue innumerevoli onorificenze, ha ricevuto le chiavi della città di Miami, in Florida, nonché il premio Personalità Europea. E pure una laurea honoris causa, dopo le due già raggiunte, in Conservazione dei beni culturali, conferitagli dall'università di Lecce. Generale Conforti, quali sono i risultati raggiunti nella lotta al furto e al commercio di opere d'arte? «In questi 11 anni siamo riusciti a diffondere i principi della salvaguardia del patrimonio culturale. Paradossalmente l'internazionalizzazione del commercio delle opere ha portato una coscienza, altrettanto internazionale, orientata alla lotta di questi fenomeni. L'Italia è stata di esempio per tutte le altre nazioni europee. Alla fine della guerra, c'era un piccolo nucleo che aveva il compito di recuperare le opere trafugate, dal 1969 è stato creato un settore specifico. Nel '70, poi, la Convenzione dell'Unesco ha raccomandato di elaborare misure e strategie per il ritrovamento degli oggetti d'arte». Perché sono stati scelti proprio i Carabinieri? «Perché sono presenti, come la cultura, in ogni angolo del territorio. Nel '91 erano disponibili 4050 unità, nel 2002, quando ho lasciato la mia funzione, erano circa 300 e i nuclei sono arrivati a una decina: si trovano oltre a Roma, anche a Palermo, Napoli, Cosenza, Firenze, Genova, Venezia, Milano, Torino e Sassari. Queste strutture hanno il migliore sistema informatico mondiale, invidiato pure dal capo dell'FBI». Quali sono stati i recuperi che ricorda con maggiore entusiasmo? «Ogni operazione ha la sua rilevanza. Abbiamo recuperato le 18 opere dell'Ottocento del Tetrakov di Mosca, rubate a Genova, la Triade capitolina, di grandissima importanza, una pala d'altare trafugata nel 1948 e recuperata nel 20002001. In quest'ultima occasione tutti applaudivano e una signora piangeva. Mi incuriosii e le chiesi perché. Lei mi rispose che quella pala le ricordava la sua giovinezza». Altra grande soddisfazione fu il recupero della mandibola di Sant'Antonio». E le amarezze? «Le peggiori sono state il mancato recupero della Natività del Caravaggio e del Bambinello dell'Ara Coeli». È cambiata la percezione dell'opinione pubblica di fronte al vostro lavoro? «Ora le persone ci tengonno di più, sono più interessate e i musei sono pieni. Questa è la vera prevenzione, la coscienza collettiva culturale è migliorata». Quanto le è costato lasciare quel compiti? «Molta amarezza ma la legge è legge. Ad ogni modo, metto ancora la mia esperienza a disposizione delle istituzioni. Sono stato nominato presidente nazionale della società italiana per la protezione dei beni culturali, che si propone di diffondere i principi della salvaguardia dei beni artistici». Pensava di occuparsi di arte fin dalla sua entrata nell'Arma? «No. Sono stato molto contento che l'Arma mi abbia reputato così tanto da affidarmi questo incarico. Prima di queste funzioni ho comandato le attività contro la droga, le BR, le rapine. In noi carabinieri c'è una specie di duttilità» Come è cambiato iI suo Interesse per l'arte? Riesce a visitare mostre e musei più tranquillamente? «Ora ho il tempo per ammirare veramente le opere d'arte, prima stavo solo dove c'erano i guai. Nel maggio del 2000, ad esempio, cinque persone entrarono nella Galleria d'arte moderna, chiusero i custodi in uno stanzino, e portarono via due quadri di Van Gogh e uno di Cezanne. Il 6 luglio li recuperammo e arrestammo i responsabili» Come viene considerato il nostro Paese nella lotta al commercio delle opere? «L'Italia è al primo posto per il modo di salvaguardare il suo patrimonio culturale e artistico ma le nostre azioni sono servite anche a sensibilizzare quei commercianti d'oltreoceano che tentano in modo illecito di entrare in possesso dei pezzi più esclusivi. Ora hanno, almeno in parte, un codice deontologico» Ha dei rimorsi? «Qualche rimorso c'è sempre: si pensa spesso di aver fatto poco ma non è quasi mai vero. Forse l'unico rimorso che ho è di aver sottratto troppo tempo alla famiglia: sono stato con le mie quattro figlie solo quando ormai erano grandi». Le è mancato un figlio carabiniere? «Sì. Ho chiesto alle mie figlie se volevano sposare un carabiniere ma loro hanno rifiutato. Però alcune di esse sono magistrati: sempre tutori della legge».