Dicono che per gettare uno sguardo furtivo a quei capolavori dell'arte greco-romana, esposti in via della Lungara, il grande archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1947 si travestì da scopino. E una delle tante leggende fiorite intorno alla collezione Torlonia, invisibile da più di 40 anni, che di recente ha fatto accendere i riflettori su Palazzo Chigi. Il premier Silvio Berlusconi, infatti, sarebbe disposto a sborsare 125 milioni di euro dalle proprie tasche per acquisire i circa 620 pezzi (tra statue, busti, teste, sarcofagi, rilievi), per poi donarli allo Stato. «Una posizione irrituale, ancora il conflitto d'interessi, ma questa volta a vantaggio del pubblico», commenta il nostro critico Vittorio Sgarbi. «Quando ero sottosegretario fui io a riportare d'attualità la questione della Collezione Torlonia, dopo anni di infruttuose controversie. Suggerivo che, per l'acquisizione, lo Stato rateizzasse in tranche di 50 miliardi di vecchie lire annue la somma da versare alla famiglia». Chissà se davvero Silvio sta trattando (al ministero dei Beni culturali non risulta nulla), per passare alla storia come un mecenate di stampo americano, un Rockefeller, un Getty. Noi, per non sbagliare, siamo andati a cercare uno dei pochi al mondo che con quei marmi è stato a tu per tu per giorni, il professor Carlo Gasparri, 59 anni, che insegna Archeologia e storia dell'arte greco-romana all'università Federico II di Napoli. «Successe la prima volta nel 1980», dice lo studioso, che con la collega Olivia Ghiandoni ha pubblicato nel 1994 un numero monografico della Rivista dell'istituto nazionale d'archeologia e storia dell'arte, dedicato alla collezione. «Mi chiamò il principe Alessandro Torlonia, incaricandomi di fare una perizia per una sua certa faccenda legale. Lavorai tre giorni nel Palazzo della Lungara, ne cavai uno scritto per l'Accademia dei Lincei. Non è vero che le opere siano ammassate una sull'altra e si stiano rovinando: quello è un magazzino, né più né i meno come il magazzino de gli Uffìzi o quello di Capodimonte. Non è vero neppure che siano tutti capolavori ineguagliabili. È una collezione bellissima, la più importante in mano privata, ma certo non fa ombra alla collezione vaticanense, come qualche disinformato ha scritto». Secondo Gasparri il fascino unico di quel tesoro, di cui poche gemme minori sono visibili nel museo del Casino dei Principi a Villa Torlonia, sulla Nomentana, sta nel suo gusto eclettico, nel suo essere lo specchio di una certa passione archeologica. La collezione assembla pezzi greci («ho visto qualche testa che andrebbe studiata meglio»), ma soprattutto copie romane, a volte rimaneggiate e integrate da scultori, dal Rinascimento all'Ottocento, ed è un racconto palpitante delle vicende del collezionismo romano. Quasi un film, coi suoi intrighi, le sue alleanze, le sue beghe giudiziarie. Come quella che vide lo scultore Vincenzo Pacetti contro Giovanni Torlonia e il celebre architetto Giuseppe Valadier, per la spartizione dei capolavori raccolti da Bartolomeo Cavaceppi, scultore settecentesco con studio al Babuino, la cui bottega fu un crocevia obbligato per chi inseguiva l'antico e il restauro. Siamo agli inizi dell'Ottocento e Giovanni Torlonia (1754-1829), borghese venuto dalla Francia, e fatto prima marchese e poi principe dal Papa, ha il genio di moltiplicare il denaro. «La fortuna economica», racconta Gasparri, «premia la banca di famiglia, che ha rapporti stretti con la comunità degli stranieri presenti a Roma e con quella degli artisti. Alessandro, il figlio di Giovanni, appassionato collezionista, è un uomo di grandissimi mezzi. La famiglia compra il Palazzo Bolognetti, a Piazza Venezia, che viene abbattuto a fine secolo, quando la piazza è ingrandita: nell' occasione vengono venduti caminetti, colonne, cornici di porte. Diviene proprietaria di Palazzo Giraud, vicino a San Pietro, della tenuta di Roma Vecchia sull'Appia, dell'Isola Sacra a Ostia. E ancora palazzi a Frascati, Anzio, Napoli, e poi la vastissima area del lago del Fucino, sottoposto a bonifica, che si rivelò uno straordinario giacimento archeologico. Migliaia di ettari nell'Alto Lazio, zona di reperti etruschi, tra Vulci e Cerveteri. Dai Colonna acquistano il nucleo della villa suburbana sulla Nomentana, dove andrà a vivere Mussolini, che verrà espropriata nel 1978. Infine, nel 1866, si aggiudicano quel gioiello del Settecento che è Villa Albani, in anni recenti al centro di un braccio di ferro col Comune che, con l'ultimo piano regolatore, ha destinato l'area, dieci ettari di parco, a verde pubblico». Ma i soldi non bastano a fare un blasone, ci vuole l'arte, e i Torlonia, ultimi arrivati nel patriziato romano, ci tengono a sbalordire per far dimenticare la molto prosaica ascesa e, compra-che-ti-compra, nel 1859 aprono addirittura un museo in via della Lungara. «Quando feci la mia ricognizione nel 1980», ricorda Gasparri, «gli studiosi potevano contare solo su un catalogo redatto nel 1880 da Carlo Ludovico Visconti. Per l'epoca era il non plus ultra, perché accompagnato da quelle fotografie che erano state, per lo studioso, l'unico elemento utile alla descrizione: anche a lui era stato proibito di avvicinarsi alle opere. L'estensore non indicava i restauri fatti su ciascun pezzo e prendeva per buona l'idea della famiglia che tutti i capolavori provenissero da scavi portati a termine nelle proprietà Torlonia. Una favola. Mi resi conto che il fiore all'occhiello della collezione Torlonia è la parte centrale della collezione del marchese Vincenzo Giustiniani, che fu il protettore di Caravaggio. Da quel nucleo arriva pure la magnìfica Hestia. (Vesta), copia romana di un originale greco della metà del V secolo, un capolavoro perfettamente conservato, con panneggio severo, volto espressivo, piedi proporzionati. Sono stati ritrovati a Genova i 200 rami, matrici di stampe, che i Giustiniani avevano commissionato anche a importanti artisti fiamminghi e che servivano per stampare il catalogo della propria collezione. Ebbene, se li guardiamo uno per uno, ci sono molte opere oggi dei Torlonia». La famiglia fece una politica di occulti acquisti da casati nobili in disgrazia. Altri pezzi, come due baccanti in marmo bigio o il rilievo che testimonia la vita caotica, brulicante di commerci, nel porto di Ostia, arrivarono, effettivamente, da scavi nei propri terreni, le prime dalla Villa dlei Quintili sull'Appia, il secondo dall'Isola Sacra. «Sapevano destreggiarsi», dice la dottoressa Rita Paris, della Soprintendenza archeologica di Roma, che si occupa direttamente della via Appia. «Nel 1827 dettero l'incarico di scavare nella tenuta di Roma Vecchia a un grande esperto come il Nibby. Vennero fuori pezzi da favola come fanciullo con l'oca, che vendettero al Louvre. Nella loro collezione conservarono tutta la decorazione, con motivi dionisiaci, che impreziosiva il frigidario della Villa dei Quintili, compresa una stupenda Arianna dormiente». Ma non si accontentarono del greco-romano: da Vulci, da una tomba etrusca scoperta nel 1857 dal François, arrivarono alla Lungara strepitosi affreschi che narrano soggetti tratti dall'Iliade, come il sacrificio dei prigionieri troiani fatto da Achille sulla tomba di Patroclo, e la leggenda di Mastarna, l'eroe etrusco che si fece re dei Romani con il nome di Servio Tullio. Questi ultimi capolavori, che non stonerebbero nel Museo etrusco di Villa Giulia, furono trasportati, durante la guerra, per metterli al sicuro dai bombardamenti, a Villa Albani, dove c'è un fregio con cavaliere, di scuola fidiaca, che sembra un pezzo del Partenone e un ritratto di Antinoo, che è il più bel ritratto di Antinoo al mondo. La collezione Torlonia non è stata mai veramente accessibile. Ma da quarant'anni, da quando la sede trasteverina è stata ristrutturata per far spazio a 93 miniappartamenti, le opere sono state chiuse in due sale, scandite da fitti tramezzi. «Entrando», ricorda Gasparri, «l'impressione visiva più forte proveniva dai 107 busti dei personaggi storici romani, dai protagonisti dell'età repubblicana fino agli ultimi imperatori. Questa scelta dei Torlonia riflette una moda dell'Ottocento: si voleva mettere insieme, nome per nome, la cronologia di Roma, e per identificare i volti del potere si ricorreva alle monete. Non c'è al mondo una galleria più compieta in questo spirito. Le teste antiche sono state spesso rimaneggiate, restaurate, poste su busti lavorati da importanti scultori "moderni"». Gaspani con altri esperti ha fatto parte di una commissione del ministero dei Beni culturali che nel 1981 lavorò un mese alla Lungara, per stilare una relazione. Non se ne fece niente, ogni tentativo di accordo tra il pubblico e il privato è fallito. Alessandro Torlonia ha avanzato nel tempo due proposte. Voleva esporre la collezione nel palazzo Giraud, ma una perizia tecnica stabilì che l'edificio quattrocentesco non avrebbe sopportato il peso. Ha poi ipotizzato un nuovo edificio, con parcheggio sotterraneo, da costruirsi nell'area di Villa Albani. Il comune di Roma, da parte sua, ha offerto vari edifici, dall'Arsenale di Porta Portese all'ex anagrafe. Ora il cerchio si stringe con Berlusconi. «L'intesa è complessa», rivela il professor Gasparri. «Una volta Alessandro Torlonia si lagnò e mi disse che il Comune di Roma, nel costruire i sottopassaggi di Corso Italia, aveva tranciato l'antico acquedotto che riforniva le fontane del parco di Villa Albani». A quanto pare, non è solo una questione di prezzo, e non ci resta che affidarci agli occhi di Gasparri per immaginare «una copia romana molto plastica di un atleta di Mirone; un sarcofago con le Fatiche di Ercole, descritte in maniera realistica; due tazze per fontane con magnifici rilievi; l'impressionante, grande figura del Fiume disteso; il sarcofago con la processione del console; un Apollo che sta vicino a un Marsia. scuoiato, che è un modello anatomico del Seicento; un Ulisse sotto il montone che la famiglia abbinava a un Polifemo "moderno" in una grotta con finto tempietto, nel giardino della Villa sulla Nomentana; e poi c'è lei, una Fanciulla ellenistica, degli anni 40 o 50 a.C., un mezzobusto splendido che sembra intagliato nella pietra dura...». E Io studioso annuncia che c'è anche un magazzino del magazzino, una riserva di opere giudicate minori dalla famiglia, ancora tutte da studiare.
Oggi
15 Maggio 2003
Berlusconi è disposto a fare follie per il tesoro dei Torlonia
AN
Antonella Amendola
Oggi
Artista / Persona
Bene culturale
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