S arà capitato anche a voi di provare almeno una volta un momento di sconforto davanti a un grande museo: oddio, vi sarete chiesti, ce la farò a vedere tutti i capolavori d'arte? E se mi perdo qualcosa di importante o che mi piacerebbe da morire? In posti come il Louvre, l'Ermitage di San Pietroburgo, i Musei Vaticani, il Metropolitan di New York, gli Uffizi (soprattutto quando saranno ampliati), l'ansia del tutto si insinua e può perfino tenere a distanza chi si sente inadeguato. Quel senso di sopraffazione deve aver travolto qualche visitatore del British Museum di Londra se recentemente il suo direttore dal 2002, Nial Mac Gregor, ha detto al Corriere della Sera che la loro «prima sfida è trovare un maggior numero di modi per rendere più semplice al visitatore passare mezz'ora al museo. Perché la gente è sopraffatta dalla vastità della collezione e il nostro sforzo dev'essere di aiutare più visitatori a vedere di meno». Mac Gregor suggeriva: concentratevi sui bassorilievi assiri, sono magnifici, ci fanno capire l'antica Grecia e meritano più attenzione. Un museo da toccata e fuga? Al British è facile perché si entra gratis, mentre quasi ovunque nel mondo si stacca il biglietto. Proviamo però a immaginarlo in Italia dove almeno non paga chi ha meno di 18 anni e più di 65. Come rispondere allo spaesamento davanti a tanta bellezza? È stato fatto qualcosa? Abbiamo girato queste domande a tre persone che, per ragioni e in modi diversi, hanno lavorato e riflettuto sul rapporto con il pubblico. In ordine di apparizione sono: Cristina Acidini, soprintendente dell'Opificio delle pietre dure di Firenze, autrice di un bel libro del '99 per Electa su come le collezioni americane si rivolgano ai visitatori e a pubblici etnicamente diversi; Nicola Spinosa, soprintendente del polo museale di Napoli; Paolo Solima, professore a Napoli, che ha pubblicato un'indagine su chi frequenta i musei italiani. «Ritengo vero quel che dice Mac Gregor - esordisce Cristina Acidini - per musei universali dall'antico al contemporaneo come il British o il Metropolitan di New York. Le collezioni italiane non hanno un'offerta così diversificata attraverso tempi e culture, per cui credo che da noi, tranne che per i Vaticani, l'esigenza sia meno sentita». Mettere a fuoco un'opera può servire? «I musei italiani lo fanno spesso. Ricordo a Torino su Van Eyck, ad esempio. Altro è proporre un riassunto, un percorso breve. Mi pare difficile. Pensiamo agli Uffizi: se vendi un biglietto valido per il '400 fiorentino come puoi impedire di vedere il '500? Nei nostri spazi frazionare non mi parrebbe una buona soluzione». Però la sensazione di non riuscire a veder tutto affiora o no? «Dovremmo sondare di più il pubblico dei musei per sapere cosa si aspetta e cosa prova. Come dovremmo indagare sulle differenze di cultura, lingua e religione: quante sottigliezze e differenze d'approccio che neanche immaginiamoverrebbero fuori?». Nicola Spinosa, napoletano, ha dedicato parecchie energie all'attrarre visitatori. «Al British o al Louvre dopo un'ora mi disoriento io, figuriamoci il pubblico pilotato dalle agenzie e bombardato da tutte quelle immagini - dice -.Ma quelli sono musei a dimensione urbana dove l'aspetto più pesante è la ripetitività degli oggetti. Da noi è diverso. A Capodimonte, comunque, abbiamo itinerari privilegiati: la collezione farnesiana, quella borbonica, quella d'arte contemporanea. E quando allestiamo una mostra cerchiamo di inserirla in un percorso ragionato nelle altre sale: è successo con Caravaggio, succede adesso con quella su Tiziano e il ritratto nel '500. Ma a Capodimonte è possibile perché è un edificio del '700 su tre piani.Altrove ». E la mezz'ora del British? «Mah. Mettiamo agli Uffizi: in quell'arco di tempo uno cosa vede? I soliti totem, la Primavera, Leonardo, forse Raffaello». Ritiene tuttavia, Spinosa, indispensabile essere chiari: «Conta molto come si presentano le opere. Si può evidenziare un itinerario, magari con segnali colorati, in più lingue, dare notizie accattivanti sugli autori.Non penso alle opere-feticcio, tanti quadri possono raccontare una storia meglio del capolavoro. E dico l'opposto del British: vorrei invogliare i visitatori a fermarsi per più di un'ora nel museo, anche per leggere un libro, guardare diapositive, prendere un caffè, per far sentire l'opera d'arte in un contesto dove la visita diventa uno strumento di comunicazione ». E concepire biglietti a costo ridotto per percorsi mirati? «In teoria i musei dovrebbero essere gratuiti, come le biblioteche. Macome facciamo? Abbiamo a malapena i soldi per pagare la luce, le pulizie e l'acqua. E nessun museo si paga le spese con i biglietti». Chiude il discorso Ludovico Solima, docente di strategie aziendali alla seconda università napoletana. Nel 2000 ha pubblicato per Gangemi Il pubblico dei musei, indagine per capire i visitatori di 12 raccolte statali: «Nei grandi musei la quantità di opere è soverchiante rispetto alle capacità di assimilazione media. Per questo diversi istituti indicano dei percorsi compatibili con il tempo a disposizione. Però, oltre a itinerari da 45, 120 o 180 minuti, si potrebbero anche graduare per tema». Ma il biglietto non frena visite a quantità limitata di opere? «Non solo non è detto. Al contrario, vedere un numero limitato di opere potrebbe addirittura spingere ad andare al museo chi è colto da smarrimento. Ci sono ricerche sul perché tanti non ci vanno e una ragione frequente è lo smarrimento di fronte a una gran massa di opere. Ma bisognerebbe capire meglio cosa si aspetta chi va al museo». I tecnici e gli specialisti propongono come aiutare a una tranquilla e proficua fruizione delle nostre gallerie: strade già tracciate e contenute con percorsi mirati e tematici Comunicare temi complessi in forma abbordabile e divertente è il mestiere Chiara Rapaccini, disegnatrice e scrittrice per bambini. «Quel senso di sopraffazione esiste. Infatti l'anno scorso il direttore didattico dell'Archeologico di Napoli, Marco De Gemmis, mi ha chiesto un percorso per bambini dagli 8 ai 10 anni attraverso 15 opere scelte con i loro archeologi. Mi risulta sia la prima volta in Italia. La visita dura un'ora e un quarto e De Gemmis mi ha detto che gli adulti che accompagnano i piccoli si divertono ed escono contenti per aver visto i pezzi fondamentali ». Il percorso si snoda lungo un racconto illustrato e trascritto su 15 colonne di plexiglas accanto ad altrettante opere: lì un bambino descrive a una piccola amica con la quale sta scappando da un pericolo, i pezzi forti del museo, dal Toro Farnese al mosaico di Alessandro Magno. «Non saprei se a un adulto senza bambini va di leggere un racconto, potrebbe considerarla una stupidaggine. Piuttosto, torno al senso di sopraffazione: il museo è faticoso, ti stanchi anche se ci sono Michelangelo o Matisse. Allora ripenso a un'idea che avevo fin da bambina: in una stanza lunga far scorrere come su un tapis roulant otto quadri davanti a delle poltrone in cui si siede comodamente ». Una provocazione? «Beh, è la mia idea». ste.mi.