«Io buco, passa l'infinito di lì, passa la luce, non c'è bisogno di dipingere», scrive Lucio Fontana ricordando le sue prime opere spaziali, che avevano offerto, dalla fine degli anni '40, una nuova dimensione alla superficialità della tela. Rifugiato in Argentina durante la guerra, Fontana era ritornato a Milano con un dirompente proclama artistico, il Manifiesto Blanco, e ne aveva rapidamente sviluppato le premesse dando vita allo spazialismo. Dopo le tele e le carte bucate, che avevano dissolto la bidimensionalità del quadro, e gli «ambienti spaziali», reinventati con l'aiuto della luce, Fontana si era rivolto anche all'architettura, quella nuova, fatta di cemento armato, con il proposito di smaterializzarla. Aveva cominciato a fendere con i suoi segni colorati anche le facciate, le pareti e i soffitti di questi edifici moderni, talvolta in combutta con i principali architetti attivi a Milano in quegli anni di sfrenata ricostruzione. Proprio di uno di questi soffitti bucati si è parlato nei giorni scorsi al Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo in cantiere a Roma, nel corso di un incontro organizzato dalla Darc (la Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanee del Ministero dei beni culturali) nell'ambito del ciclo «Restaurare il contemporaneo» curato da Margherita Guccione con Carlo Birrozzi. Il soffitto in questione, realizzato da Fontana nel 1956 per la sala da pranzo dell'Hotel del Golfo all'Isola d'Elba, alla fine del 2000 rischiava di essere distrutto a causa di un intervento di ristrutturazione dell'immobile. Intervento che non si poteva evitare perché l'edificio non era protetto dalla legge di tutela dei beni culturali né tantomeno dalle leggi regionali, in barba alle quali i proprietari dell'albergo avevano ottenuto tutti i permessi. Per questo motivo, su segnalazione della Soprintendenza di Brera (sensibilizzata dalla Fondazione Fontana, la cui missione è prendersi cura delle opere dell'artista), la Darc - vista l'impossibilità di utilizzare i consueti strumenti normativi per salvaguardare il soffitto - ha deciso di acquistarlo, in accordo con i proprietari che hanno sostenuto il delicatissimo smontaggio. (E facendo, tra l'altro, un grande affare: in tutto un miliardo e mezzo di lire, un prezzo ragionevole davanti alle cifre astronomiche con le quali le opere di Fontana passano in asta). Più che una semplice acquisizione di un'opera contemporanea (allora fattibile, date le prime dotazioni economiche dell'appena istituita Darc, oggi nemmeno pensabile a fronte degli sconsiderati tagli ai finanziamenti ministeriali che rendono problematica anche la gestione degli uffici di tutela), si è trattato di un vero e proprio salvataggio, reso praticabile da una fortunata convergenza istituzionale e umana (come ha ricordato Caterina Bon Valsassina, attualmente direttrice dell'Istituto centrale del restauro, ma allora soprintendente a Brera) e condotto da due restauratrici assai esperte di arte contemporanea, Barbara Ferriani e Cristina Vazio. Al centro dell'incontro (a cui ha partecipato anche Matteo Ceriana, storico dell'arte di Brera e promotore dell'operazione) è stata la presentazione del restauro del soffitto, un intervento che ha dato risultati eccellenti nonostante la sua difficoltà - basti solo pensare alle dimensioni del soffitto, 150 metri quadri - ma anche l'annuncio della futura collocazione dell'opera, destinata inizialmente dalla Darc alla nuova sede di Brera, che avrebbe dovuto ospitare, nell'ambito del grande progetto di ristrutturazione del museo milanese, le collezioni contemporanee. Sfumato il progetto della rifunzionalizzazione del palazzo, deve adesso essere presa in considerazione un'altra ipotesi, in grado di dare spazio e visibilità al soffitto che per ora, dopo il distacco «a massello» (operazione complessa, che ha previsto, dopo il consolidamento della superficie decorata e la divisione in pannelli, il taglio dell'opera con tutto il suo supporto di cemento), aspetta in deposito che vengano giorni migliori. Per il soffitto dell'isola d'Elba, Fontana lavora direttamente sull'intonaco grezzo fresco, aiutandosi con una canna sulla quale ha montato delle punte di forma diversa: buca, incide, traccia i primi precisi tagli e poi li riempie di colore. Fende sottili aperture nella materia, creando un contrasto tra quella sostanza spessa e le sue lievi traiettorie aeree, che sembrano riflettere il mare e il cielo. Il risultato è affascinante, il cemento scialbato di bianco e cosparso di tagli colorati di verde, azzurro, giallo e rosso sembra riproporre, liricamente, una porzione di spiaggia illuminata dal sole. Forse per la sua bellezza, il soffitto era rimasto al suo posto, passando indenne attraverso le modificazioni dell'edificio. Anche per questa ragione, la scelta conservativa più corretta sarebbe stata quella di salvaguardare il contesto, mantenendo l'opera all'interno dell'edificio. Venute però meno queste condizioni, davanti al pericolo di perdere il soffitto, l'unica soluzione era appunto quella di rimuoverlo, nonostante i rischi dell'intervento. Si deve quindi apprezzare la lungimiranza di chi ha saputo condurre - dall'interno degli uffici di tutela del ministero che vivono oggi una delle loro peggiori stagioni - un'operazione così complicata, che merita ora la migliore delle conclusioni: per esempio una sala del Maxxi ridisegnata appositamente dall'architetta iraniana Zaha Hadid in funzione del soffitto che, nella sua sintesi di arte e architettura, potrebbe diventare l'icona del museo nazionale delle arti del XXI secolo.