CARO critico, non servi più è l'articolo con cui la pagina di Cultura Spettacoli de Il Messaggero di sabato 1 aprile annuncia l'imminente uscita del libro-denuncia Gli storici dell'arte, e la peste di Sandra Pinto e Matteo Lafranconi. Il titolo anticipa già il contenuto del saggio e si presenta come l'ennesimo grido di dolore di un sistema, quello dell'arte, messo a dura prova da decenni di finanziarie sciagurate e dall'insensibilità di una classe politica che ha relegato i Beni Culturali agli ultimi posti degli interessi del nostro Paese. Tuttavia, per non cadere nel banale, mi piacerebbe ricordare a chi legge che l'insegnamento della storia dell'arte in Italia inizia solo a partire dalla fine dell'Ottocento come materia facoltativa nei programmi di liceo classico e non senza qualche accesa polemica sul futuro ruolo dei professori ad essa destinati che terminerà solo con la disfatta di Caporetto e la conseguente critica al sistema educativo accusato di non essere stato capace di formare una solida coscienza nazionale. Prima di allora, con la Legge Casati (nata per il Regno sabaudo e poi estesa in tutta Italia dopo l'unità) vi era stato un timido approccio alla materia nei programmi di storia e, nel 1884, con il ministro Michele Coppino, in quello di filosofia. Solo con la circolare n. 86 del 20 novembre 1900 a firma del sottosegretario Enrico Panzacchi (Governo liberale di Giuseppe Saracco), si tentò di introdurre ufficialmente lo studio dell'arte nei licei, sottolineando che «l'educazione dell'immaginazione, del sentimento, del gusto è parte importante dell'educazione liberale». La successiva circolare del 20 ottobre 1903 del ministro Nunzio Nasi, incoraggiò le visite ai musei e alle gallerie, prevedendo per ogni scuola riproduzioni grafiche di capolavori artistici. Segue il Regio Decreto dell' 11 novembre 1904 di Vittorio Emanuele Orlando per l'insegnamento nei licei e l'istituzione da parte del ministro Leonardo Bianchi nel 1905 della Commissione Reale per l'ordinamento degli studi secondari (composta da Girolamo Vitelli, Gaetano Salvemini e Alfredo Galletti) che culmina nelle risultanze del 1909 con le quali se ne sconsiglia l'introduzione immediata nelle scuole. Le cose non cambiano neanche con la Riforma Gentile del 1923 che considera la materia come "la cenerentola dell'insegnamento classico" per i molteplici problemi legati ai limitati orari, all'insufficiente sviluppo di programmi e allo scarso reclutamento degli insegnanti. Per dare l'idea in quale conto fosse tenuta la materia basti ricordare come con una lettera indirizzata al Ministero dell'Istruzione venisse richiesto al grande Adolfo Venturi {Memorie, 1927) di assegnare una cattedra di storia dell'arte ad un docente di Filosofia di Napoli in quanto "affetto di nevrastenia" e dunque bisognoso di un incarico di "piacevole e lieve materia". Seguirono nel febbraio del 1939 la Carta della Scuola del ministro Giuseppe Bottai ampiamente sostenuta per la parte artistica dal più giovane Giulio Carlo Argan e in parte da Roberto Longhi contrario però all'eccessivo specialismo degli insegnanti e fautore di una combinazione di italiano e arte. Con lo sbarco degli Alleati il 10 luglio 1943 la Carta della Scuola è abolita. L'Italia è spaccata in due: a Nord ministro dell'Educazione Nazionale della Rsi è Carlo Alberto Bigini; a Sud è Leonardo Severi. Un anno dopo la commissione per la revisione e defascistizzazione dei programmi si limita a ritocchi superficiali e nel 1950 nasce l'Associazione Nazionale degli Insegnanti Medi di Storia dell'Arte (oggi Anisa) che difende da decenni la precarietà della disciplina come ben racconta lo studio di Elena Franchi ("Dalle cattedre ambulanti all'insegnamento ufficiale: l'ingresso della storia dell'arte", in Ricerche di Storia dell'arte, Pisa 2003). Non c'è da stupirsi dunque se l'attuale affanno che vive la materia può accendere tante "spie luminose" e se, come spesso accade, la rocambolesca storia degli storici dell'arte frana rumorosamente e assai spesso nell'Italia di Giotto, Raffaello, Bernini e Canova. «L'insegnamento della storia dell'arte, malgrado tutte le deficienze dovute a cose e a persone, si presenta promettente per la cultura italiana...». Parola di Roberto Longhi.