II professar Mazzolai denuncia la scomparsa di moltissimi quadri e reperti antichi GROSSETO. La città di Grosseto non è mai stata ricchissima di opere d'arte, ma è anche vero che è stata depredata nel tempo delle sue opere d'arte più belle e, nel corso dei secoli anche delle sue campane, visto che ne mancherebbe} almeno sedici all'appello». E' battagliero, e vorrebbe tanto riaverle a Grosseto quelle opere d'arte, il professor Aldo Mazzolai, 82 anni, già professore al liceo scientifico e al classico, insegnante di storia dell'arte e di lettere, archeologo e direttore per decenni del museo archeologico di Grosseto che ha contribuito a ricostruire nella sua veste attuale, l'uomo che quando "Roselle era silenziosa", quando cioè era ancora quasi dimenticata, come scrisse il professor Massimo Pallottino, spronò alla sua riscoperta. «Sono almeno duecento - nota Mazzolai - le opere d'arte elencate da Alfonso Ademollo fra quelle esistenti in città nel 1894, delle quali non si sa più nulla. Semplicemente sono sparite. Per alcune si conosce come furono alienate o portate via, e non sono più qui. Senza parlare dei reperti archeologici, etruschi e romani, che sono spariti a migliaia». Mazzolai si infervora e rincara la dose: «Ma lo sa - ci dice -che a Grosseto di fatto sono spariti due musei, quello archeologico e quello d'arte che erano ospitati nell'attuale palazzo municipale? Addirittura sono sparite intere collezioni egizie che erano al museo, i cui pezzi sono finiti chissà dove, forse nelle sale di qualche famiglia grossetana?» Ricorda l'immediato dopoguerra, il professor Mazzolai, quando assieme a Luciano Bianciardi, riordinò quel che restava di museo e biblioteca: «Trovammo di tutto, perfino indumenti intimi femminili- ricorda - però mancavano tanti "pezzi" finiti chissà dove». Una storia in parte ricostruibile quella dei tesori che Grosseto non ha più. «Nel 1927, per esempio, - cita il professor Mazzolai - l'allora podestà di Grosseto fece una trattativa con un antiquario di Genova dando quattro pitture a fondo d'oro del Quattrocento in cambio di un sarcofago che oggi è al museo e che era stato ritrovato nei pressi di fetia. Un cambio scellerato, visto che il sarcofago, oltretutto, era già nel museo! E l'anno dopo sempre il Comune vendette a un privato oggetti archeologici e altro, e per poco non finivano in quella vendita anche i seicenteschi studi per sculture di B.Mazzuoli che oggi sono al museo d'arte sacra». Emblematico il caso della "Assunzione" di Benvenuto Di Giovanni che era nel Monastero di Grancia e sparì sul finire dell'Ottocento per ricomparire nelle sale del Metropolitan Mu-seum di New York. «Attorno a questo dipinti di grande pregio, ricorda Aldo Mazzolai, ci fu uno scontro fra me e il critico d'arte Vittorio Sgarbi Era il 1984 e quella "Assunzione" ricomparve nel negozio di un antiquario a Roma, in via del Babbuino. Mi fu dato torto, e oggi non so più che fine ha fatto». L'Addimandi scrive che nel 1865, il canonico Chelli donò al museo 158 quadri di sua proprietà. Di molte - dice Mazzolai - si è persa la traccia. Cosa potrebbe essere fatto? «Difficile a dirsi - riflette Mazzolai - ma una cosa è certa: bisognerebbe innanzi tutto ricostruire, dai documenti, l'elenco di ciò che Grosseto ha avuto, che era suo e che non c'è più, e seguirne quindi le tracce, se è possibile». L'arrabbiatura di Aldo Mazzolai, quando parla di ciò che è "sparito" non si ferma ai dipinti e alle sculture. Anzi, pensando agli oggetti archeologici, s'infiamma: «Il primitivo museo, di fatto, - dice - fu venduto, e perfino il Frontone di Talamone, che sarebbe spettato a Grosseto, è finito a Orbetello, insieme a tanti altri oggetti che con la compiacenza delle Sovrintendenze sono finite sulle rive della laguna o in altri musei della Toscana». Poi ci sono i furti, tipo quello famoso della collana che i ladri portarono via nel 1957, quando il museo archeologico era ancora in via Mazzini: un ladro si fece chiudere dentro, poi aprì ai compagni e fecero man bassa». E ci sono stati, e ci sono ancora purtroppo, i clandestini che scavano le tombe. E' un esperto in questo settore, il professor Mazolaì, visto la sua lunga attività come direttore del museo archeologico, in anni nei quali gli scavi clandestini erano ben più fiorenti di oggi «Si era arrivati - ricorda Mazzolai - a vendere una tomba prima ancora che fosse scavata. A scatola chiusa. Si cercava l'acquirente che pagava una certa cifra e diveniva proprietario, e una volta fatto lo scavo clandestino, di quasi tutto quello che c'era». Non mancano aneddoti anche curiosi, su questo fronte: «La sfinge che oggi è al museo archeologico - ricorda Mazzolai - riuscii a recuperarla perché, mentre viaggiavo in treno sulla linea per Siena, sentii due persone che confabulavano e parlavano di una statua che stava per essere venduta e che si trovava nella bottega di un barbiere. Scesi in fretta e furia dal treno alla prima fermata, corsi da quel barbiere e mi feci consegnare la sfinge, riuscendo a salvarla». Storie di malefatte, o dì vendite ufficiali ma con poco senso, che hanno di fatto depredato la città di Grosseto. Storie di cui si conosce sono qualche traccia. «Sarà difficile, anche volendolo, poter ritrovare tutto quel che è stato portato via. Ma almeno - riflette il professor Mazzolai, chiaramente amareggiato - ci potremmo tentare. Forse qualcosa almeno potremmo recuperare.
GROSSETO.Depredati di centinaia di opere d'arte
Il professore Aldo Mazzolai, 82 anni, denuncia la scomparsa di molti quadri e reperti antichi a Grosseto. Secondo lui, la città non ha mai avuto opere d'arte di grande valore, ma è stata depredata nel tempo. Mazzolai elenca almeno duecento opere d'arte elencate da Alfonso Ademollo nel 1894, delle quali non si sa più nulla. Inoltre, si infervora per la scomparsa di intere collezioni egizie al museo e di oggetti archeologici, come il Frontone di Talamone. Il professore ricorda anche casi di furti e di vendite clandestine di oggetti archeologici.
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