Fino al 14 maggio nel Complesso restaurato di San Domenico la mostra dedicata al pittore rinascimentale Marco Palmezzano - La manifestazione ci permette di scoprire una città e una terra ricche di bellezze artistiche e naturali E di buona cucina I colori sgargianti e le prospettive del pittore forlivese sono solo un aspetto dello spettacolo offerto da questo tratto della Via Emilia. Proponiamo un tour tra i mosaici bizantini di Ravenna, la Rimini romana e rinascimentale e le metafisiche architetture del 900 I romani, che erano gente pratica, chiamarono la parte d'Italia che sta fra Rimini e Piacenza Regio Viae Emiliae. È stata la strada che percorre per quasi duecento chilometri il bordo meridionale della Val Padana fra l'Adriatico e il Po, a dare il nome al territorio. Nelle città dislocate ai bordi dell'antica via consolare ha preso forma, nei secoli, l'identità culturale e anche artistica della regione. Attenzione però perché il nome attuale Emilia-Romagna è un binomio; un binomio che suona quasi come una contrapposizione. Se il termine Emilia si spiega con il nome della strada, perché quella parte della regione che sta fra Faenza e il mare è conosciuta come Romagna o Romagne per usare il plurale antico? Per capirlo bisogna andare a Ravenna e fermarsi di fronte ai fulgidi mosaici di San Vitale. Davanti all'immagine dell'imperatore Massimiano, autocrate dell'ecumene e custode dell'ortodossia che vi guarda, fiancheggiato dai suoi generali, dai suoi ministri e dai suoi preti dal mosaico di San Vitale (anno di Cristo 547), capirete subito che qui siamo dentro i confini dell'Impero Romano; quell'Impero Romano d'Oriente destinato a durare più di mille anni che solo una convenzione storiografica ci obbliga a chiamare bizantino e che ha forgiato durevolmente la cultura e quasi l'antropologia di tutta l'Europa a est della Vistola. Federico Zeri diceva che il mosaico di San Vitale con Massimiano e la sua corte è sostanzialmente uguale alla foto di Stalin e dei suoi gerarchi mentre assistono alla sfilata del 1 Maggio dagli spalti del Cremlino. Stessa idea della autocrazia fondata sull'ortodossia. Stessa iconografia aprospettica e paratattica del potere assoluto che transita intatta, dopo quindici secoli, da Ravenna bizantina a Mosca comunista. E Giuseppe Stalin rappresentato come ultimo "vero" imperatore romano d'Oriente. A proposito della migrazione dei simboli e della loro durata attraverso la storia... Ma torniamo al binomio Emilia-Romagna. Nell'alto Medioevo i territori che stanno fra Faenza e l'Adriatico erano l'ultimo lembo occidentale dell'Impero Romano d'Oriente. Andando da Faenza verso il mare si entrava nell'impero dei Romani, in Romanìa o in Romània (e quindi in Romagna) come preferirono dire da queste parti retrocedendo l'accento tonico. La distinzione Emilia-Romagna, realtà territoriali oggi unificate da un trattino nell'epigrafe istituzionale, è ancora ben viva nella consapevolezza degli abitanti, nelle tradizioni, nel costume. È riconoscibile persino nei cibi. La piada, il pane non lievitato simbolo della Romagna, incominciamo a incontrarla a Faenza e la ritroviamo, con nomi diversi, in tutto l'areale dell'antico Impero Romano d'Oriente, nei Balcani e fino nel Caucaso. Il castrato, la carne di pecora ai ferri (il kebab greco, arabo e islamico) era il cibo tipico dei bizantini. Lo troverete nelle macellerie e nei ristoranti di Faenza e da Faenza fino al mare. È praticamente sconosciuto nelle città e nelle campagne del l'Emilia dove la carne dominante è quella del maiale. Per capire la storia artistica della Romagna bisogna percorrere la via Emilia. Si comincia da Rimini perché da Rimini, dall'arco trionfale che nel 27 a.C fu alzato in onore dell'imperatore Augusto, ha inizio la grande strada. Rimini è città orgogliosadei suoi monumenti classici(l'Arco, il ponte monumentaleche l'imperatoreTiberiocostruì sul fiume Marecchia) orgogliosa e consapevole al punto che il riflesso della romanità riemerge, quindici secoli dopo, nel tempio che Leon Battista Alberti progettò per Sigismondo Malatesta (1450). Una chiesa che non sembra neanche una chiesa ma piuttosto un luogo per nefandi culti pagani è il Duomo dei riminesi. Lo aveva detto il papa Pio II Piccolomini, di Sigismondo nemico acerrimo e in effetti non esiste in tutta la Cristianità un edificio paragonabile al capolavoro del l'Alberti. Rimini è anche una capitale della pittura italiana. Lo fu nel Trecento con il suo giottismo aulico e prezioso sfiorato da ieratiche nostalgie bizantine. Tornò a esserlo nel XVII secolo con il naturalismo inquieto di Guido Cagnacci. Entrate nella chiesa di San Giovanni, fermatevi di fronte al capolavoro di Cagnacci (la Transverberazione di Teresa d'Avila) e capirete perché Francesco Arcangeli chiamava la Rimini del Seicento «piccola Siviglia». Da Rimini la via Emilia porta a Cesena con la Biblioteca Malatestiana, documento perfetto del l'Umanesimo quattrocentesco: codici preziosi custoditi ancora negli alloggiamenti d'epoca, l'atmosfera rarefatta, fuori del tempo, di un luogo consacrato alla religione dei libri. Poi, salendo in alto alla Madonna del Monte, il santuario mariano che domina la città, dopo aver dato uno sguardo alla raccolta di antichi ex voto, testimonianze commoventi di religiosità popolare, ecco di fronte a voi la vasta pianura, quasi ovunque urbanizzata. Capirete, di lassù, che la Romagna è la sua strada, che da questa strada è passata e continua a passare tumultuosa incessante la vita e con la vita la storia degli uomini. Forlì è il campanile smisurato di San Mercuriale, meridiana di Romagna perché è visibile da ogni parte come «l'azzurra vision di San Marino» (Pascoli) che ci ha accompagnato fin qui. Forlì è il venetismo gentile, intriso di ritmi umbri e declinato secondo prospettiva, di Marco Palmezzano, ed è la piazza Aurelio Saffi che gli architetti del Duce, nativo di questi luoghi, vollero trasformata in uno scenario metafisico alla Giorgio De Chirico. Faenza è un'altra cosa. Faenza è l'Atene o piuttosto la Firenze della Romagna come amarono chiamarla i suoi accademici e i suoi eruditi. In effetti i contatti con la vicina Firenze attraverso i valichi dell'Appennino sono stati frequenti e fruttuosi. La cattedrale di San Pietro è opera di un fiorentino, Giuliano da Maiano. È fiorentino Biagio d'Antonio, il pittore quattrocentesco più conosciuto e più presente nelle chiese e nella pinacoteca civica. Mentre è nativo di Modigliana, borgo dell'Appennino faentino, Silvestro Lega, il protagonista più importante, insieme a Fattori e a Signorini, del movimento pittorico ottocentesco detto dei Macchiaioli. Ma Faenza è anche la città che ha dato il nome alla maiolica artistica che faiance si chiama infatti in francese. Il suo museo della Ceramica è celebre in tutto il mondo. Sta a quel genere artistico come gli Uffizi stanno alla pittura. C'è una vena eccentrica, trasgressiva nell'arte di questi paesi, a volte si inabissa come un fiume carsico per poi riapparire quando meno te lo aspetti. Così il Rinascimento gentile del Palmezzano ha il suo contraltare nei torvi umori di Baldassarre Carrari, nell'opera dei due Zaganelli da Cotignola «il fiore più fragrante di cultura figurativa cresciuto in Romagna» (Longhi), nel manierismo borderline di Ferraù Fenzoni. Più tardi, nell'Italia di Napoleone, sarà Felice Giani a portare con spirito rivoluzionario, nei palazzi di Forlì e di Faenza come al Quirinale di Roma, la bandiera del classicismo e del romanticismo, l'uno e l'altro declinati nei modi più originali e più squisiti. Anche il giudizioso, "prospettico" Marco Palmezzano, lodato da Luca Pacioli, si ricordò, almeno una volta, di essere compaesano di Tonino Guerra e di Federico Fellini. Un giorno d'estate guardò il cielo e si accorse che le nuvole portate dal vento possono assumere forme fantastiche e assomigliare a un cavallo o a una donna che corre. Così l'idea dei cirri antropomorfi che veniva dal Mantegna (San Sebastiano di Vienna) diventò aerea e poetica finzione pittorica nel cielo che sovrasta la Vergine in trono nella pala braidense del 1493. Oggi esposta al San Domenico di Forlì, nella monografica che la città ha dedicato al suo pittore. Queste pagine vogliono essere un caloroso invito a visitare un'importante città della Romagna, Forlì, approfittando del fatto che fino al 14 maggio è aperta nel Complesso Monumentale di San Domenico una grande mostra dedicata a un importante pittore del Rinascimento locale: Marco Palmezzano. Preceduta da anni di capillari ricerche, questa rassegna è la prima mai dedicata a un maestro celebre tra gli intenditori per i suoi «colori» sgargianti «dalla purezza dell'alabastro». A promuovere questo grande evento è stata la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione col Comune di Forlì, con i Musei Vaticani, la Diocesi di Forlì e le Soprintendenze di Bologna, di Brera in Milano e il Polo Museale di Firenze. La commissione scientifica che firma la mostra è diretta da Antonio Paolucci e composta da Francesco Buranelli, Jadranka Bentini, Pier Giorgio Brigliadori, Gianfranco Brunelli, Matteo Ceriana, Anna Colombi Ferretti, Andrea Emiliani, Vincenzo Gheroldi, Gabriella Poma, Luciana Prati, Adriano Prosperi, Stefano Tumidei, Timothy Verdon, Giordano Viroli, Francesco Zaghini ed Ettore Torriani. Più di 20 milioni di euro sono stati investiti per trasformare l'ex complesso conventuale di San Domenico, danneggiato dalle bombe dell'ultima guerra, in una sede museale ed espositiva nuova per concezione e tecnologia, sede che proprio con la mostra è stata inaugurata. Ad Antonio Paolucci, romagnolo di Rimini, abbiamo chiesto di tracciare un profilo molto personale di queste terre di arte e civiltà. VITA DI UN MAESTRO (1459-1539) Il forlivese Marco Palmezzano fu un artista eccezionalmente longevo: già attivo nel 1484, egli morirà in patria nel 1539. Protagonista indiscusso nella sua Romagna della pittura prospettica rinascimentale e divenuto celebre per il nitore alabastrino delle sue pale, egli firmò le sue opere giovanili con il nome di «Marcus de Melotiis», cioè Marco di Melozzo, dichiarando apertamente i suoi debiti nei confronti del concittadino Melozzo da Forlì, del quale era stato allievo. Dopo un viaggio di formazione a Roma nei primi anni Novanta del Quattrocento (durante il quale aderì con entusiasmo alla moda delle grottesche), Marco Palmezzano tornò a Forlì e al fianco del maestro Melozzo realizzò la spettacolare Cappella Feo in San Biagio, rasa al suolo dai bombardamenti dell'ultima guerra mondiale. Morto Melozzo nel 1494, Palmezzano si trasferì a Venezia, città nella quale si presentò con uno stile ormai spiccatamente personale, che ci appare oggi come un mix di influssi da Melozzo, Piero della Francesca e Mantegna. In Laguna il maestro forlivese aprì anche una bottega, ma si trattò di un'esperienza di breve durata. Preferì infatti il rientro in patria per diventare l'artista di riferimento dell'aristocrazia locale, gravitante attorno a Caterina Sforza, signora di Forlì. L'esperienza veneziana lasciò comunque tracce indelebili nella sua pittura, nel gusto per paesaggi umanizzati e riconoscibili, nella ancor più tersa luminosità delle pale e anche nella predilezione per i «marmi mischi». Entro il 1500 cadono i suoi più grandi capolavori giovanili dall'Annunciazione di Forlì alla Pala di San Michelino eseguita per Faenza. Il seguente trentennio di attività segnò il successo di Palmezzano in Romagna e l'affermazione incontrastata del suo modello di pala prospettica, di pittura compatta e lucente. Un successo che solo l'avvento della maniera raffaellesca, negli anni Venti del Cinquecento, riuscirà inesorabilmente a oscurare.
il Sole 24 Ore
2 Aprile 2006
✓ Entità verificate
ARTE A FORLI' - Romagna mia, piccolo impero
AN
Antonio Paolucci
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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