«Bisturi». «Bisturi». «Forbici». «Forbici». Pare di essere in una sala operatoria. Luci mirate, apparecchiature sofisticate. Persino una vetrata al di là della quale il pubblico può assistere all'intervento. Chi opera, però, non ha il camice verde dei chirurghi, ma quello bianco dei restauratori. Il malato sul lettino non ha bisogno dì anestesia: è un sarcofago egizio. E quelli oltre il vetro non sono studenti di medicina, ma visitatori del Museo archeologico di Parma. In una delle sue sale, infatti, va in scena il restauro di un reperto bello e prezioso: di legno, decorato a meraviglia con largo uso di foglia d'oro, adatto a ospitare un importante sacerdote, Shepsesptah, vissuto nella città egizia di Letopoli all'epoca della XXVI dinastia (cioè a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C). Ma la sua mummia è sparita. Non c'era già più quando, nel 1830, il sarcofago giunse al Museo archeologico di Parma. Era comunque un'opera d'arte rara e raffinata, e l'allora direttore del museo Michele Lopez volle aggiudicarsela a ogni costo. Erano gli anni dell'egittomania imperante, inaugurati dalla spedizione in Egitto di Napoleone, e Lopez aveva un ottimo consigliere, Ippolitc Rosellini, già braccio destro di Jean-Francoise Champollion (il decifratore della stele di Rosetta). Grazie a loro anche Maria Luigia, duchessa di Parma potè vantare una tra le prime raccolte di cose egizie d'Europa. E il sarcofago era tra i suoi pezzi forti. Ora, però, comincia a mostrare i segni del tempo e a subire le conseguenze di un restauro un po' maldestro (anche se corretto per l'epoca), fatto negli anni 60 del secolo scorso. Insomma, ha bisogno di cure. E fino al 20 aprile i restauratori saranno all'opera in un laboratorio di cristallo appositamente allestito nel grande salone del museo. Un restauro a porte aperte: chi visita il museo può ammirare il lavoro di recupero, rivolgere domande a chi lo sta eseguendo, discutere con due egittologhe dell'Università di Bologna. «Il restauro è anche un'occasione per conoscere meglio il sarcofago, fare indagini approfondite sul legno e la tecnica pittorica, rileggerne la storia alla luce delle conoscenze più recenti» spiega la direttrice del museo Maria Bernabò Brea. Che per lo studio si è rivolta a Elisa Fiore, del Museo egizio di Torino, mentre per il delicatissimo lavoro dì diagnostica e restauro ha chiamato l'equipe di Teodoro Auricchio, grande esperto di restauro del legno. Auricchio ha lavorato su tutto: dai mobili carbonizzati di Ercolano agli arredi della Reggia di Caserta, agli yacht d'epoca. «Ma il restauro di opere egizie è tra i più delicati in assoluto» dice. «Sono oggetti molto antichi e conservatisi solo grazie al particolare clima secco dell'Egitto». Tenere sotto controllo la temperatura e l'umidità del legno è una delle preoccupazioni maggiori anche durante il restauro. Auricchio ha ideato perciò una coperta in alluminio dotata di sonde collegate a un software: una sorta di salopette che viene fatta indossare al sarcofago per controllare costantemente la sua situazione microclimatica. «Il sarcofago è fatto di un blocco intero di legno di sicomoro scavato» continua il restauratore. «Ha fessurazioni naturali che vanno monitorate. Inoltre, il sicomoro è molto sensibile all'umidità e facile alla formazione di muffe. E in generale il legno è un materiale delicato e molto difficile da restaurare perché è materia viva, si altera in continuazione assorbendo e rilasciando umidità. Per restaurarlo bisogna conoscerlo molto bene, altrimenti si rischiano danni irreversibili. Ma è proprio questo che è affascinante. Il legno è una sfida continua». Per affrontarla servono dunque alleati all'altezza. Auricchio ha con sé i tecnici del Centro di riflettografia e diagnostica per i beni culturali dell'Università di Milano che, sottoponendo il sarcofago a raggi X, ultravioletti e infrarossi, sono in grado di rivelare la tecnica di decorazione antica e distinguere le pitture originali dagli interventi successivi. «Le foto ad altissima risoluzione hanno evidenziato delle scritte in geroglifici sui piedi del sarcofago che prima non si erano mai notate» spiega Auricchio. «E dalla riflettografia a ultravioletti sono emersi tutti i ritocchi fatti negli anni Sessanta. Specie le aggiunte di porporina, l'oro sintetico, fatte nei punti dove si era scrostata la foglia d'oro». È stata proprio la porporina a causare i danni maggiori al sarcofago: col tempo si è ossidata ed è diventata scura e verdastra. Per rimuoverla Auricchio usa un laser speciale, capace di sublimare lo sporco senza intaccare la superficie dorata originale. Poi bisogna fissare meglio al legno la pittura e la doratura originali, che col tempo si sono un po' sollevate. E, per questo, basta usare sapientemente delle resine acriliche. Ma c'è anche da reintegrare, con la pittura, le parti mancanti. «Su come farlo stiamo ancora discutendo» rivela Auricchio. «La direttrice Bernabò Brea non vuole un restauro con la tecnica tradizionale, perché lascia troppo evidenti gli interventi del restauratore. Vuole conservare l'integrità del sarcofago alla vista, far sì che il pubblico lo possa ammirare nella sua completezza, senza "macchie" di colori diversi. Per questo sto studiando una tecnica di pittura molto delicata che si distingua dall'originale e sia reversibile, nel più rigoroso rispetto dei dettami del restauro, ma non sia però troppo percepibile a occhio nudo». Infine, bisogna disinfestare il legno, per eliminare le colonie di insetti che lo hanno intaccato. Auricchio utilizzerà un trattamento innovativo ad atmosfera controllata: una camera sigillata ermeticamente dove vengono immesse prima sostanze chimiche per assorbire l'ossigeno, e poi l'azoto, che uccide gli insetti. Lo studio successivo degli insetti è affidato al Centro per la protezione dei beni culturali dagli organismi dannosi dell'Università Cattolica di Piacenza. Mentre ci sarà anche chi studierà il tipo di legno del sarcofago. Perché, se è quasi certo che sia sicomoro, c'è stato in passato qualcuno che ha parlato anche di legno di cedro. Bisogna verificare. A Parma è dunque in corso un'operazione innovativa. E singolare, anche per il tipo di sponsor: la Comunità montana della Valle Ufita di Ariano Irpino (Avellino), che spera cosi di farsi conoscere in tutt'Italia. Strano caso di collaborazione Nord-Sud.