«Questo è un problema così spinoso che può trovare un'unica soluzione, l'Europa. L'Italia da sola non ce la fa...». In cima alla via Sacra, di fronte all'Arco dì Tito e accanto al Colosseo, c'è un uomo che si tormenta. Sta dentro il suo ufficio di Santa Maria Nova, ha un incarico da far tremare i polsi, fare il sovrintendente archeologico di un posto unico come Roma. Di fronte alle finestre di Adriano La Regina, il sovrintendente che dopo anni di contrasti col mondo dello spettacolo ha detto sì alla «due giorni» di Paul McCartney al Colosseo, il panorama non è cambiato dopo la scommessa vinta su come coniugare archeologia e spettacolo. Resta sempre lo stesso, quello del Palatino, il museo a cielo aperto di tutta la storia antica della città che giorno dopo giorno rischia crolli, cedimenti, collassi e che viene «curato» con quei pochi soldi che si riescono a racimolare. Il Palatino, per metà chiuso e transennato, è il problema che La Regina cerca di risolvere da oltre vent'anni. Un problema che assume di volta in volta tante facce diverse, quelle di tutte le realtà affascinanti dell'archeologia romana che purtroppo restano spesso come sono, non fruibili, chiuse, a volte ancora inesplorate. Come le Sette Sale, a Colle Oppio. O come la villa dei Sette Bassi di cui parliamo qui accanto. La filosofia in cui soffoca la sovrintendenza archeologica di Roma resta ancorata a quel 0,19 per cento dei fondi destinati dallo stato al ministero dei Beni Culturali, eterno fanalino di coda nello spese decise dal potere esecutivo. «La media dei nostri finanziamenti oscilla tra i 5 e i 7 miliardi di vecchie lire - dice Adriano La Regina - Con questi soldi a malapena si può garantire un minimo di manutenzione di un patrimonio così esteso come i dodici chilometri delle Mura Aureliane con relative torri, le terme di Caracalla, Diocleziano, Traiano, il Foro, il sistema della via Appia...L'elenco è sterminato, i soldi praticamente inesistenti». Neanche l'autonomia della sovrintendenza può mutare la situazione. «Potremo arrivare a contare su 10 milioni di euro, una ventina di miliardi di lire, che non ci permetteranno comunque in pratica nulla - spiega La Regina - In passato ho quantificato il minimo di investimento necessario per risanare l'archeologia romana, 200 miliardi. Non se n'è fatto nulla. Per cinque anni, dal 1981, abbiamo contato su 35 miliardi all'anno: li abbiamo impiegati per il museo Nazionale romano, l'acquisto di Palazzo Massimo e Palazzo Altemps, il recupero della Crypta Balbi, il restauro dei monumenti marmorei, l'acquisto infine delle ville dei Quintili e dei Sette Bassi. Per le urgenze abbiamo dovuto approfittare poi di tutte le leggi del momento, dal Giubileo al piano nazionale dell'archeologia. Ed è stato con uno sponsor, infine, che abbiamo potuto restaurare il Colosseo. Questo è il passato. Il futuro invece, mentre incombono urgenze di ogni genere, è privo di prospettive. Se solo potessimo contare sul cinque per cento di tutto il giro d'affari provocato dalle antichità di Roma! Questa è una città che vanta grandi introiti prodotti da un patrimonio archeologico unico al mondo, un patrimonio difficile da difendere e tutelare, ma che troppa gente intende solo sfruttare senza controparti. La Regina è stanco di bussare a porte che non si aprono. Avverte la precarietà di una situazione in cui sono troppi a fare orecchie da mercante. «Sulla politica dei beni culturali ci si dibatte da anni tra le competenze, stato, regioni, comuni - dice - Basta, bisogna allargare questo orizzonte, entrare in una dimensione europea. L'Europa non può occuparsi solo di patate o latte. A Roma siamo abituati a collaborare con tutte le scuole e gli istituti archeologici di tutta Europa. È così dai tempi del Grand Tour. In questi ultimi vent'anni tutti hanno lavorato alle pendici del Palatino. L'Ecole francaise, l'Istituto archeologico germanico, la British School at Rome, l'Accademia Americana, gli istituti scandinavi, l'Istitutum Romanum Finlandiae, gli spagnoli, i belgi...Di chi è una città come Roma? Chi la deve tutelare, difendere, restaurare? Io credo che questo sia un compito di tutta la cultura europea»..