BRUTTA aria, al Collegio Romano. Come nella peggior tradizione dei governicchi d'antan, ai Beni Culturali gli sgoccioli della legislatura stimolano il piccolo cabotaggio delle manovre di corridoio. Si sprecano perciò le nomine e le norme, tutto un mettere le mani avanti, affannosamente, per condizionare il nuovo ministro e il nuovo governo. C'è proprio bisogno, per esempio, di modificare in articulo mortis il regolamento 3072001 che descrive l'organizzazione degli uffici del ministro? Ma se si vanno a guardare una per una le norme (denunciate dalla Uil con un appello al capo dello Stato), si scopre non solo che i più diretti collaboratori di Buttiglione dureranno misteriosamente in carica per almeno un mese anche col prossimo ministro (e negli altri dicasteri?), ma soprattutto una cascata di cavillosi codicilli, che prescrivono per le varie funzioni qualificazioni così specifiche da parer mirate a promuovere (o a estromettere) persone ben precise. Come se in qualche bozza del decreto, nell'ombra di qualche tavolo ministeriale, ci fossero scritti accanto, a matita, nomi e cognomi (e si sa che qualche mese fa è accaduto proprio questo). C'è proprio bisogno di aggiungere allo sterminato elenco di poltrone dirigenziali, moltiplicatesi da quattro a quaranta negli scorsi anni, altri due direttori generali, e senza nemmeno darsi la pena di precisarne la funzione? E questo mentre persiste il blocco delle assunzioni, calano drammaticamente i finanziamenti, più di metà delle Soprintendenze sono coperte per reggenza in mancanza di personale di ruolo e l'età media degli addetti sfiora i 55 anni. Ma l'orizzonte del ministro si ferma, con ostinazione autoreferenziale, ai corridoi e alle poltrone del suo ministero. Se possibile ancor peggiore è l'altra notizia di questi giorni, la decisione di strappare ai Comitati di settore del Consiglio Superiore dei Beni Culturali ogni competenza sugli acquisti di opere d'arte. La procedura in uso da molti anni, confermata dal DPR8051975 e tuttora in vigore, demanda ai Comitati di settore (composti da esperti, di università e soprintendenze, eletti all'uopo dalle rispettive categorie) il «parere sugli acquisti e gli interventi, su e per i beni culturali, di particolare impegno». È ovvio che acquistare nuove opere per i nostri musei è decisione che richiede alta competenza specifica, di storici dell'arte o archeologi a seconda dei casi. Ma il neonominato direttore generale del Patrimonio (un funzionario amministrativo senza competenze tecnico-scientifiche), come denuncia la Uil, intende sostituire al Comitato degli esperti un proprio gruppo di consulenza, interamente formato da funzionari di area C del ministero. Ennesima prova di una burocratizzazione della tutela che mortifica le competenze specifiche, calpesta le professionalità, avvilisce una secolare e nobile tradizione nazionale, tradisce la Costituzione della Repubblica. Come ci ha più volte ricordato l'alto magistero del presidente Ciampi, l'art. 9 della Costituzione, quando prescrive la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione», lo fa in stretta e non casuale correlazione con lo «sviluppo della cultura scientifica e tecnica» e con «il pieno sviluppo della persona umana» richiamato all'art. 3. L'effettiva conoscenza del patrimonio culturale nella sua valenza storica, garantita dalle competenze specifiche di funzionari che abbiano la debita preparazione tecnico-scientifica, non dovrebbe essere un optional bensì il cuore della tutela. La strada che il Collegio Romano ha imboccato conduce diritto nella direzione opposta: moltiplicazione delle poltrone ministeriali a scapito della tutela sul territorio, promozione dei burocrati nelle posizioni-chiave a dispetto della presenza nell'Amministrazione (per quanto ancora?) di ottimi storici dell'arte e archeologi, microcontrollo del potere in assenza di qualsiasi progetto culturale. Questi tristi trionfi della burocrazia sulla ricerca e sulla scienza somigliano molto a un consapevole disegno di defunzionalizzazione della tutela, di svuotamento della sua antica e nobile sostanza giuridica, culturale e civile. È tuttavia lecito, con caparbio ottimismo, sperare che non sia così. Ma se non è così, questi e simili decreti e decretuzzi vanno cassati, e subito.