I restauratori si trovarono di fronte a un grande puzzle di trecentomila frammenti di intonaco dipinto dai maestri medievali e ad altre parti molto lesionate. Una catena di solidarietà fra volontari ed esperti ha permesso di rimettere insieme il mosaico da Assisi. Chi non ricorda le immagini tremende di quel 26 settembre del 1997, quando i telegiornali di tutto il mondo trasmisero il crollo delle volte della basilica di San Francesco ad Assisi, scossa da un terremoto che deturpò buona parte dell'Umbria ? Ci furono quattro morti inghiottiti dalla nube densa dei calcinacci caduti dalla crociera della chiesa superiore. Immagini terribili, che tutti abbiamo stampate nella memoria, riprese per caso da uno dei migliaia di turisti che annualmente visitano la grande basilica. Frati e altre persone erano entrati per verificare se dopo la prima scossa ci fossero stati dei danni. Rabbia e dolore furono i sentimenti di tutti. Poi, a mente fredda, la conta dei danni. Una delle opere più importanti del Medioevo europeo era stata danneggiata irrimediabilmente. Ricordo che Federico Zeri, in un'intervista, puntò il dito conno i restauri degli anni Cinquanta, colpevoli di aver sostituito le travi lignee con quelle di cemento armato, ben più pesanti. In fretta e furia, vistala mole.di lavoro che aspettava gli esperti, si cercò di salvare il salvabile e, infatti, la basilica fu riaperta per il Giubileo del 2000. Il completamento dei lavori, però, era di là da venire. Le splendide volte di Cimabue, quelle celebrate dai manuali di storia dell'arte di tutti i licei, quelle magnificate dai medievisti di tutto il mondo erano state deturpate per sempre e si disperava di poterle ripristinare. I restauratori si trovarono dinanzi ad un immenso puzzle composto di 300.000 frammenti, di cui alcuni microscopici, che dovevano essere ricomposti per una superficie di 180 mq. Adesso, il 5 aprile, quasi a dieci anni di distanza, il miracolo è avvenuto e il visitatore che alzi il naso aU'insù non avrà la sensazione di vedere un restauro, ma la volta gli sembrerà integra, com'era prima di quel terribile momento. Questo straordinario risultato è stato ottenuto al costo di 2.000.000 di euro, impiegando 60.000 restauratori e incrociando insieme l'amore e le competenze di storia ' dell'arte, architetti, fisici, chimici, informatici che hanno discusso, punto per punto, tutti passaggi di un'impresa che si è subito rivelata unica. Un ruolo primario, infatti, lo hanno svolto le fotografie a grandezza naturale che sono state le guide grazie alle quali si sono potuti ricollocare i frammenti certi. D'importanza capitale, poi, sono state anche le sofisticate tecnologie informatiche, insostituibili nel riconoscimento dei frammenti incerti. Le vaste zone lacunose, infine, sono state ricostruite con la tecnica dèi sottotono e quella più tradizionale del tratteggio che assicurano, a grande distanza omogeneità nella lettura da parte del fruitore. Fra il 2000 e il 2006, poi, ci sono stati dei passaggi importanti e intermedi come quellofra il 2001 e il 2002 che ha visto la ricollocazione degli elementi appartenenti alla vela di San Giovanni, mentre dal 2002 è stata la volta di San Matteo. Per concludere, soltanto 100 mq dell'estensione originaria, sono stati ricomposti definitivamente. Gli altri frammenti recuperati che non hanno trovato adeguata sistemazione, sono stati conservati in una sorta di museo depòsito, con la speranza che nei prossimi decenni i progressi della tecnologia permettano di completare questo gigantesco puzzle. Le vele di Assisi sono, infatti, fra le opere più importanti per la nascita della pittura italiana. Hanno il medesimo valore storico che possono ricoprire i versi del dolce sul novo ole rime di Cavalcanti. Pur seguendone la tradizione, infatti, iniziano ad allontanarsi dal modello bizantino ed offrono soluzioni stilistiche che sono solo di Cimabue. Soluzioni che sono il viatico per aprire la strada a Gioito, colui che, come spiegava Cennino Cennini, «volse la pittura di greco in latino», dando, di fatto, l'avvio allo sviluppo della pittura italiana. Dedicate ai quattro evangelisti, le vele amplificano il significato simbolico della loro funzione collocandone le figure nel cuore della struttura architettonica, all'incrocio del transetto con là navata ed il presbiterio. Come dire: sono loro il motore del messaggio di Cristo, coloro che ne custodiscono e ne divulgano l'essenza; sono loro il sale della terra. Per questo, inequivocabilmente, Cimabue li ha assimilati ai quattro angoli del mondo, trasformandoli quasi in signori dello spazio e ministri delle nazioni evangelizzate. Ciascun santo, infatti, ha vicino il profilo di una città con M scritta che rimanda al luogo geografico, sicché Giovanni è l'Asia, Matteo e la Giudea, Luca è la Grecia (indicata con il termine «Hipnacchaia») e Marco è l'Italia. Oltre la celebre scritta «YTALIA», infatti, la qualifica come tale un'importante veduta di Roma all'interno della quale, nonostante la trasfigurazione stilistica, gli studiosi hanno saputo riconoscere i principali monumenti della città eterna: dal Pantheon alla Torre delle Milizia, dalla Meta Romuli al Palazzo del Campidoglio. Sulla facciata di quest'ultimo, poi, non è difficile scorgere le imprese conia scritta S.PQ.R., alternati agli stemmi della famiglia Orsini L'osservazione è importante perché ha permesso di fare ipotesi sulla datazione, oltre che sulla committenza. La gran parte degli storici propendono per una datazione al 1278 quando Giovanni Gaetano Orsini, pontefice da un anno con il nome di Niccolo III assunse anche la carica di senatore a vita. Francescano e grande benefattore dell'ordine, coglie l'occasione di Assisi per porre in immagine l'idea del ruolo preminente di Roma nello sforzo di evangelizzazione del mondo. Infatti a Roma che c'è il papa e le altre città, ossia Efeso per l'Asia, Gerusalemme per la Giudea e Corinto per la Grecia (pure rappresentate in effigie e corrispondènti a quelle cui sono indirizzate le lettere di San Paolo), non possono che prenderne atto. Sono le altre tre parti del mondo che riconoscono la gloria di Roma in Cristo.