Nasce un caso sull'affidamento diretto dei lavori senza gara alla società Zètema controllata dal Comune. Il Consiglio di Stato accoglie la sospensiva proposta da un gruppo di imprese per bloccare nuovi contratti ROMA Il Consiglio di Stato vuole fare luce sugli appalti di restauro affidati dal Comune di Roma a trattativa privata alla società Zètema, controllata dal febbraio 2005 per il 75 dallo stesso Comune, che ha poi deliberato a novembre di acquisire anche il restante 25 dalla Civita servizi srl. Con due ordinanze, la numero 1.525 e 1.526 dello scorso 28 marzo, la sesta sezione di Palazzo Spada ha accolto la sospensiva richiesta da un gruppo di restauratori romani e bocciata in primo grado dal Tar Lazio e ha chiesto al Comune di Roma e alla stessa società l'elenco dettagliato dei lavori affidati e svolti per pronunciarsi nel merito della questione con un'udienza già fissata al 5 dicembre 2006. Con la richiesta di sospensiva, una dozzina di restauratori, guidati dalla presidente dell'Ari (Associazione restauratori italiani), Carla Tornasi, e rappresentati dall'avvocato Luca Di Raimondo, aveva chiesto di sospendere due decisioni del Comune dello scorso novembre: l'acquisizione della restante quota del 25 e un terzo contratto con cui il Comune intende affidare servizi e lavori per 15,186 milioni di euro, dopo il primo contratto sottoscritto nel 2000 per circa 55 miliardi di lire (ma allora il capitale di Zètema era ripartito fra Acea, Civita e Costa Edutainment) e un secondo contratto da 32 milioni di euro del febbraio 2005. Evidente ora il tentativo del Comune di trasformare questo nuovo incarico in un affidamento in house, possibile per il settore dei servizi, secondo la giurisprudenza europea (sentenza Teckal) e l'art. 113 del testo unico sugli enti locali, solo nel caso in cui la società sia controllata al 100 dall'ente pubblico e sia strumentale alla sua attività. Ma con l'udienza fissata per il prossimo dicembre il Consiglio di Stato si pronuncerà come richiesto dai ricorrenti anche nel merito dei precedenti provvedimenti del Comune di Roma: in particolare, l'acquisizione del pacchetto azionario del 75 di Zètema da parte del Comune nel febbraio 2005 e, appunto, i due contratti di appalto del 2000 e del 2005. Non tutti questi importi contrattuali riguardano l'attività di restauro e di manutenzione dei beni culturali, che anzi sono una parte minima. Zètema svolge infatti un ampio ventaglio di attività nel settore dei beni culturali. In gran parte servizi, legati ai musei (custodia, biglietteria, bookshop), alle biblioteche, ai punti di informazione turistica. Questo per aver assorbito nel 2000 circa 400 lavoratori socialmente utili, la cui stabilizzazione resta l'obiettivo principale dell'amministrazione capitolina. Dei 620 dipendenti, soltanto 41 lavorano nel restauro e 28 nella progettazione. Nel loro ricorso, tuttavia, i restauratori che chiedono anche un risarcimento danni per i mancati lavori potenziali evidenziano come «non vi fosse alcuna giustificazione per ricorrere, in palese violazione dei principi sanciti dalle suddette disposizioni, all'affidamento diretto» di lavori di restauro che ricadono nella differente disciplina della legge Merloni e come l'amministrazione comunale «abbia ritenuto di procedere all'affidamento diretto a Zètema della quasi totalità degli interventi di restauro dei beni culturali nella città di Roma», compromettendo «il corretto svolgimento della dialettica concorrenziale». Nel 2005, Zètema, che è presieduta dall'ex sovrintendente ai beni archeologici di Roma Adriano La Regina, ha fatturato 1.763.532 euro per attività di progettazione e 1.558.852 euro per attività di restauro. Ma il ricorso presentato dai restauratori va oltre, ipotizzando un'aperta violazione dei principi di buon andamento, imparzialità e trasparenza del Comune per aver «prima affidato le suddescritte attività direttamente a Zètema facendole acquisire know how, specializzazione, esperienza, la certificazione OS 2 indispensabile per operare nel settore del restauro, nonché "figure professionali qualificate", per poi procedere, una volta raggiunto tale livello di qualificazione professionale, all'acquisizione di una quota di maggioranza della società». «Non discuto dice Carla Tornasi che Zètema possa essere un buon modello di organizzazione dei servizi culturali a Roma. Di certo non lo è nel settore del restauro, dove gli operatori devono essere altamente qualificati e gli affidamenti devono rispondere alle norme concorrenziali della legge Merloni. Si è invece ingessato il mercato. La nostra battaglia è proprio quella di riaprire il mercato a forme di concorrenza e trasparenza, evitando che il modello Zètema si diffonda in altre città».
Restauri, stop agli appalti a Roma
Il Consiglio di Stato ha accolto la sospensiva proposta da un gruppo di imprese per bloccare nuovi contratti di restauro affidati al Comune di Roma alla società Zètema, controllata dal Comune. La società ha acquisito il 75% del pacchetto azionario nel febbraio 2005 e il restante 25% nel novembre dello stesso anno. Il gruppo di restauratori romani ha chiesto di sospendere due decisioni del Comune, l'acquisizione della restante quota e un terzo contratto con cui il Comune intende affidare servizi e lavori per 15,186 milioni di euro.
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