L'interesse delle cosche accertato dalla Direzione investigativa antimafia nella relazione alle camere. L'Osservatorio della Dia ha i riflettori puntati sugli appalti Un sodalizio Cosa nostra-'ndrangheta per garantirsi qualche fetta cospicua del succulento appalto per la realizzazione del Ponte sullo stretto. E non solo. È accertato infatti che la criminalità organizzata guarda alle grandi opere come ottime occasioni di guadagno, spostandosi di regione in regione per sventare i provvedimenti di inderdizione spiccati dalle prefetture. È la Dia, la Direzione investigativa antimafia, che attesta la certe infiltrazioni mafiose nel sistema degli appalti pubblici nella relazione riferita al secondo semestre 2005 e consegnata alle camere. È fondato ritenere che l'opera (il ponte sullo stretto di Messina, ndr) rientri tra gli interessi delle tradizionali organizzazioni mafiose, in considerazione dei notevoli flussi economici attivati, al punto da poter ipotizzare forme di intesa tra cosa nostra e Ôndrangheta', fa presente la relazione che di più non dice. E tuttavia sul sistema degli appalti pubblici la Dia ha i riflettori puntati, tanto che è un ambito di attività investigativa a fini preventivi preferenziale. Individuazione di imprese controindicate ai fini antimafia, sub-appalti non autorizzati, mafiosi che presenziano ai lavori in cantiere, plurime violazioni degli obblighi contributivi e delle norme sulla sicurezza del lavoro sono gli sgarri più di frequente catalogati dagli uomini Dia. Diciotto gli accessi nei cantieri nell'ultimo semestre del 2005, verificate la posizione di 1400 persone fisiche, controllate 642 persone giuridiche: insomma una intensa attività investigativa messa in campo per sventare infiltrazioni. Senza contare l'attività dell'Osservatorio centrale ad hoc istituito presso la Dia: 11 società monitorate, 210 società collegate sotto controllo così come 248 persone giuridiche. Dalla analisi condotte, rileva la Dia, è emerso un'altro fenomeno preoccupante: la capacità delle imprese in odore di mafia, e per questo interdette per intervento delle prefetture, di riciclarsi serenamente in altri luoghi. talune imprese, benché destinatarie nel passato di provvedimenti prefettizi interdittivi tali da comportare la rescissione dei contratti con le rispettive stazioni appalti, hanno continuato ad operare nel settore degli appalti pubblici, dirittando in alcuni casi la loro attività commerciale in altre regioni del paese', rileva la relazione. Per garantire una attività investigativa approfondita il Comitato di coordinamento per l' alta sorveglianza delle grandi opere e la società Stretto di Messina spa hanno firmato un protocollo che ha affidato alla Dia un ruolo centrale nella complessa attività di controllo sulla realizzazione dell' opera. L' accordo punta a monitorare, ai fini della prevenzione delle infiltrazioni mafiose, anche il sistema della provvista finanziaria dell' opera e a stabilire procedure utili alla tracciabilita dei relativi flussi finanziari che intercorrono tra tutti i soggetti che parteciperanno alla realizzazione del ponte. La Dia ha così avviato lo studio di uno specifico progetto informatico volto a definire le procedure che assicurino la trasparenza e la tracciabilità dei cicli finanziari, sia nella fase della raccolta dei capitali sia in quella del loro impiego. Il progetto, spiega la Direzione, punta a cogliere per tempo le eventuali anomalie dei flussi finanziari, favorendo, contemporaneamente, l' avvio di mirate e penetranti attività di indagine.
La mafia guarda al ponte di Messina
La Direzione investigativa antimafia (Dia) ha rilevato infiltrazioni mafiose nel sistema degli appalti pubblici, in particolare per la realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina. È stato accertato che le organizzazioni mafiose, come Cosa nostra e 'ndrangheta, hanno cercato di garantirsi una fetta del progetto attraverso appalti e sub-appalti non autorizzati. La Dia ha individuato 18 accessi nei cantieri, verificato 1400 persone fisiche e 642 persone giuridiche, e ha monitorato 11 società e 248 persone giuridiche. Inoltre, è emerso che le imprese in odore di mafia hanno riciclato la loro attività in altre regioni del paese.
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