«Fa estremo piacere ascoltare sempre più spesso, e in contesti sempre più autorevoli, dell'importanza dell'industria turistica per l'economia del Paese e per un suo rilancio che, anche alla luce dei dati Istat 2005 sull'andamento dell'economia italiana, sembra essere un must trasversalmente riconosciuto. Al contempo, però, e qui parlo più da imprenditrice che da rappresentante delle istituzioni, la centralità del settore mi pare, al momento, risiedere più nelle intenzioni che nei fatti. Certo, negli ultimi anni l'Italia ha perduto quote importanti della sua posizione nel turismo mondiale e nello stesso turismo europeo a favore di Spagna e Francia, i mercati tradizionali come quello tedesco sembrano disaffezionarsi e i fattori di prezzo, o meglio di rapporto qualitàprezzo, non hanno per nulla sostenuto il bisogno di maggiore competitività. Che ovviamente ha cause strutturali, tali da coinvolgere sia problematiche di natura istituzionale (relative alle competenze di coordinamento, pianificazione, promozione), che industriale, sulla scelta del modello e dei prodotti da offrire, sulla capacità di mettere in campo un'offerta completa e soddisfacente, sul gap che attraversa anche le imprese turistiche in fatto di dimensione, innovazione, internazionalizzazione, che di contesto esterno nel quale si opera. A più riprese sia il presidente Ciampi che il presidente di Confindustria Montezemolo hanno inviato messaggi chiari, alle istituzioni, alle forze politiche, alle imprese. Più volte è stato sottolineato il contributo decisivo alla ripresa economica che potrà venire dal turismo, un turismo culturale e un turismo dei beni culturali, rispettoso dell'ambiente, di quel paesaggio italiano che è la pietra fondante della nostra identità nazionale e che è un enorme, complesso, radicato, giacimento di bellezza e di opere d'arte, integrato nel tessuto produttivo, espressione di un saper fare specifico, irripetibile, non clonabile. Ecco, se proprio dovessi scegliere un marchio per questo turismo che vogliamo e che ancora stenta ad affermarsi in tutta la sua pregnanza, parlerei di new deal della bellezza, sia per sottolineare come industria e paesaggio, economia e tutela dell'ambiente qui possano e debbano armonizzarsi e coniugarsi, ma soprattutto per ricordare come solo dalle risorse dei territori, dalla loro cultura, storia, tradizioni, memorie, saperi e sapori, stili di vita, possa venire quel valore aggiunto capace di far compiere all'industria del turismo un salto di qualità verso un prodotto complessivo inimitabile ed unico. Se tutto questo è vero, allora, perché si stenta così tanto a definire azioni comuni, strategie condivise, politiche generali? Azzardo due ipotesi. Forse perché poi non è così radicata, appunto, quella centralità del turismo come industria capace di produrre prodotto interno lordo ma anche nuova e buona occupazione. Forse perché la classe politica ancora stenta a immaginare una strategia condivisa che possa aiutare le imprese a non fare da sole, e al contempo possa definirsi come progetto di governo, chiunque sia a governare. Forse perché è ancora difficile immaginare un turismo che, dovunque, non punti a saccheggiare i territori ma ad esaltarne e salvaguardarne l'unicità. Sarebbe ingenuo, d'altra parte, immaginare l'economia, l'innovazione, la ricerca, l'internazionalizzazione, e anche la salvaguardia ambientale, come appannaggio esclusivo di questa o quella forza politica, e se pure è vero che al riguardo esistono sensibilità diverse di cui sarebbe impossibile non accorgersi, è altrettanto vero che permettere al turismo di divenire quel motore dell'economia che tutti auspicano ha bisogno di un patto trasversale, di un'alleanza condivisa tra forze politiche, parti sociali, imprese, istituzioni, territori. Un vero e proprio progetto-paese per il turismo, che aiuti le imprese e il sistema turistico italiano a superare i gap di competitività, che si avvalga di organismi di programmazione e di coordinamento centrali come il comitato nazionale per il turismo e l'agenzia nazionale sostitutiva dell'Enit e assicuri modalità operative e gestionali in chiave di efficienza, efficacia, e flessibilità coinvolgendo tutti ma veramente tutti i soggetti interessati, superando particolarismi, a partire dal duello Stato-Regioni, o addirittura tra Regioni, mentre i nostri diretti competitors come Francia e Spagna vantano importanti politiche nazionali e grandi capacità di governance istituzionale verticale e orizzontale. Come tutto questo sia ancora più urgente e irrinunciabile per il Mezzogiorno va da sé, e basta richiamare il Patto per il Mezzogiorno sottoscritto da Confindustria, altre 16 organizzazioni datoriali ed il sindacato nel novembre 2004 e mai divenuto realtà per comprende quanto alcune misure siano urgenti e indilazionabili. Il ruolo della Pubblica amministrazione, i ritardi che caratterizzano la progettazione e la realizzazione degli investimenti pubblici, le difficoltà a rispettare i tempi nel rapporto con le imprese, la necessità di diminuire l'impatto dell'eccesso di procedure autorizzative, sono questioni che gli imprenditori del Sud sperimentano ogni giorno. Semplificazione amministrativa, delegificazione, autoregolazione dell'attività d'impresa, rafforzamento dell'operatività degli sportelli unici. Uno Stato più leggero ed efficiente, espressione della cultura della responsabilità e dell'equità. Come anche l'empasse spesso prodotto dall'essere piccole e piccolissime imprese verso quel salto dell'innovazione di processo e di prodotto, di organizzazione e di presenza sul mercato, cui si aggiunge l'estremo bisogno di contesti favorevoli, in termini infrastrutturali materiali e immateriali, istituzioni sociali efficienti, consapevoli che l'ostacolo più grande allo sviluppo non è la mancanza di risorse finanziarie, quanto la scarsità di risorse manageriali, organizzative, consulenziali. E' un altro impegno che il prossimo governo dovrà assumere: un piano di sviluppo strategico per la crescita delle imprese, individuando un interlocutore istituzionale dedicato esclusivamente alla Piccola impresa, con potere decisionale e copertura politica. In altri Paesi già esiste. Al fine di rafforzare i sani valori di un Paese animato da passione, creatività, fiducia, senso di responsabilità, cultura della legalità e dell'equità. Un Paese aperto allo scambio commerciale e culturale, capace di competere perché efficiente, flessibile, sano. In cui fare impresa viene essere considerato produzione di valore e valori». Stefania Mandurino (Presidente comitato piccola industria - Confindustria Lecce)