I frammenti salvati dal terremoto non permettono neppure di immaginare l'originaria figura di San Matteo Si inaugurerà il 5 aprile prossimo il restauro di due vele nelle volte d'incrocio tra navata e transetto della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi: una dipinta da Cimabue con l'Evangelista Matteo, l'altra monocroma a "finto cielo". Un restauro che chiude la lunga stagione degli interventi condotti in Basilica dopo l'immane tragedia del terremoto del 26 settembre 1997. Come tutti certamente ricordano, il terremoto causò quattro morti sepolti dalla caduta a terra di parte dell'imbotte d'ingresso affrescato con figure di Santi dallo stesso maestro romano autore della parte iniziale delle celeberrime Storie di San Francesco, e delle due vele testé restaurate, polverizzati in centinaia di migliaia di frammenti, alla cui raccolta subito dopo il sisma si dedicò amorevolmente Paola Passalacqua, restauratrice della Soprintendenza dell'Umbria. Tutte opere Santi nell'imbotte e vele, di Cimabue e monocroma realizzate all'interno dell'immensa impresa decorativa della basilica superiore promossa tra il 1288 e il 1292 da Niccolo IV, primo papa francescano della storia della Chiesa. Diciamo subito che 0 restauro delle due vele, e in particolare di quella di Cimabue convince ancora meno dell'altro nell'imbotte concluso quattro anni fa, interventi tutti eseguiti dall'Istituto centrale del restauro (Icr) con l'apporto esterno di alcuni restauratori privati. Innanzitutto, non è qui il caso di chiedersi ancora una volta se la tragedia del 26 settembre 1997 poteva essere evitata. Chiedersi cioè per quale ragione Icr e Soprintendenza dell'Umbria abbiano atteso il crollo della volta della chiesa per rendersi conto che la sostituzione nel 1955 dell'originaria struttura lignea con travi in cemento armato aveva reso il tetto della chiesa tre volte più pesante, inoltre che quella stessa volta era stata molto appesantita dal materiale di scarto depositato nei suoi rinfian-chi in secoli di lavori di manutenzione del tetto, infine che Assis: si trova in una zona endemicamente soggetta a terremoti. In altre parole, chiedersi perché Icr e Soprintendenza non abbiano applicato almeno alla gloriosissima Basilica dì Assisi i principi di prevenzione dai liscili ambientali, quello sismico su tutti, che si tentarono d'intro-dune nel mondo della tutela un; trentina di anni fa. Evitato l'insidioso quesito torniamo alle vele appena restaurate, come due pagine di quel grande palinsesto della civiltà figurativa dell'Occidente che è la decorazione della Basilica. Né per caso uso qui l'abusata metafora di palinsesto, pertinente in origine lo studio dei testi letterari. Infatti, dalla seconda metà del Novecento è divenuto uso comune certificare il buon restauro dei manufatti artistici nel nome di una sottintesa equazione tra filologia testuale e restauro. Il "restauro filologico", invocato anche per la ricollocazione dei frammenti di Assisi su un nuovo supporto. Ma è davvero possibile parlare di filologia per il restauro dei manufatti artistici e in particolare delle vele di Assisi? Da tempo, e di nuovo nella giornata in onore di Giovanni Urbani organizzata un paio di anni fa da Salvatore Settis alla Normale "di Pisa, Gianfranco Fiaccadori ha mostrato tutta l'inconsistenza della ricorrente equazione tra filologia testuale e restauro. E l'intervento di Assisi rivela in effetti la formidabile differenza di statuto tra le due discipline. Partiamo da un dato di generale definizione. Da Karl Lach-mann in poi, vale a dire dalla prima metà dell'Ottocento, la filologia testuale è la scienza che mira alla ricostituzione dell'originale di un testo letterario per via documentaria eo attraverso la critica interna. Ebbene, le due vele, monocroma e di Cimabue, non pongono problema alcuno di natura filologica né in sede documentaria, né d'interpretazione congetturale, essendone il testo (figurativo) noto in ogni minimo particolare nelle mille e mille fotografie e nei rilievi tecnici (quello sulle giornate d'esecuzione lo realizzai io stesso, nel 1980, con John Withe e Sabina Vedovello) eseguiti prima del loro disfacimento a causa del terremoto. Come si è proceduto allora ad Assisi? Sulla base di una concezione artigianale della filologia si sono ricollocati in sita i frammenti conducendo l'operazione "a occhio" e parzialmente, cioè lasciandone decine di migliaia a terra, in casse, perché in barba alle magnifiche sorti e progressive del restauro scientifico non si sono trovati (né esistono) computer e quant'altre macchine in grado di stabilire l'esatta loro posizione nelle vele. Dopo di che si è passati a un'inedita filologia che consente interventi metodologicamente diversi su parti, le vele, di uno stesso testo (figurativo), la decorazione della Basilica, distinguendo tra storia e cronaca. Storia è stata evidentemente ritenuta la vela di Cimabue, dove con molta attenzione si sono incollati su un fondo reso in una tinta grigiastra, perciò detta "neutra", solo i pochissimi frammenti di cui si è riusciti a ritrovare l'esatta posizione originale. Cronaca è stata invece classificata la vela monocroma "a finto cielo" compagna di rovina della contermine vela di Cima-bue, dove non si è posto in opera alcun frammento dell'azzurro duecentesco, creando invece una nuova superficie campita con un'uniforme tinta grigia, "sottotono". Davvero una curiosa filologia questa di Assisi. All'interno dello stesso restauro si è prodotta una "versione stinta" del testo (figurativo) originale della vela monocroma, mentre per la vela di Cimabue si è confuso tra "originale" e "autografo", negando che si potesse risarcire il perduto testo (figurativo) originale, come invece si poteva fare in tutta verità filologica riproducendolo dalla più che completa documentazione esistente, privilegiando invece la ricollocazione nella vela di Una serie non organica di frammenti autografi: inservibili dal punto di vista critico, inutili dal punto di vista estetico. Con il risultato d'aver restituito alla comunità scientifica e alla società civile una delle opere di decisiva importanza per la storia della nostra civiltà figurativa, il San Matteo di Cimabue, ridotto a una grande spiaggia sabbiosa (la cosiddetta tinta neutra) su cui vola in ordine sparso un informe sciame di farfalle (i frammenti autografi di colore).
Restauri. C'era una volta, ad Assisi. Mercoledì 5 aprile tornano al loro posto gli affreschi delle vele di San Francesco. Ma di Cimabue resta poco
Il 5 aprile prossimo si apre il restauro di due vele nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi. Le vele, dipinte da Cimabue e monocroma, sono state danneggiate dal terremoto del 1997 e sono state restaurate dall'Istituto centrale del restauro (Icr) con l'apporto esterno di alcuni restauratori privati. Il restauro è stato condotto con metodi diversi da quelli utilizzati per il restauro del terremoto, che ha causato la caduta di parte dell'imbotte d'ingresso affrescata con figure di Santi. Il restauro delle vele è stato condotto con una concezione artigianale della filologia, che non prevede l'utilizzo di computer e macchine per stabilire l'esatta posizione dei frammenti.
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