Appello di archeologi e restauratori Archeologi e restauratori dicono basta al precariato. E chiedono al futuro governo condizioni migliori per poter esercitare la loro professione. Sono circa 80 mila i restauratori e gli archeologi che lavorano in Italia e percepiscono una retribuzione giornaliera che non supera i 30 euro. Per lo più sono giovani sui 35 anni, con alle spalle una gavetta fatta di studi universitari, scuole di specializzazione e dottorati di ricerca. E nonostante tutto la maggior parte lavora con incarichi a tempo determinato per imprese e cooperative senza il rispetto dei minimi tariffali, visto che a oggi nel settore non esistono tariffali comuni, e senza la garanzia di un sistema unico di formazione delle singole professionalità. Solo il 20 lavora a tempo indeterminato. Sono queste alcune delle criticità a cui devono far fronte, nello svolgimento del proprio lavoro, gli operatori della tutela e della valorizzazione dei beni culturali. Per modificare l'assetto attuale chiedono al nuovo governo un intervento legislativo capace di correggere le distorsioni del sistema. Gli organi di tutela delle varie categorie, la Confederazione italiana archeologi, la FilleaRestauro-Cgil e la Ancpl-Legacoop (l'Associazione delle cooperative produzione e lavoro) hanno messo a punto, in un documento congiunto, una serie di proposte da presentare alle istituzioni con l'obiettivo di far uscire dal precariato quanti operano nell'ambito della salvaguardia dei beni culturali. È necessario delineare, secondo le associazioni, un percorso formativo unico tanto per i restauratori quanto per gli archeologi e, di conseguenza, riconoscere le rispettive competenze con un adeguato trattamento economico. Le disfunzioni nascono da un problema di fondo che è costituito dalla mancanza di strumenti di riconoscimento omogenei delle professionalità: i parametri di qualificazione sono diversi a seconda che il committente dei lavori sia lo stato o gli enti locali o, ancora, sia il privato non profit o l'impresa. L'esito di una situazione del genere, fatta di una mancanza di definizione dei requisiti abilitanti per le diverse professioni, è la totale assenza di garanzie per i diritti dei lavoratori del settore.