«Non sono d'accordo con Fuksas. Non si può buttare giù un palazzo soltanto perché si dice: è brutto. La bellezza non è l'unico elemento per giudicare: l'architettura è sempre la testimonianza di un'idea più profonda, che va oltre l'estetica. Supera il semplice concetto del bello, del brutto, della forma». Vittorio Gregotti risponde così a Massimiliano Fuksas, architetto romano che ieri sul Corriere, a proposito dell'abbattimento dell'ecomostro di Punta Perotti, aveva parlato di «fortezza del degrado» (riferendosi allo Zen di Palermo), di «fortino chiuso e impenetrabile» (le Vele di Secondigliano), «blocco di cemento armato lungo un chilometro» (il Corviale di Roma). Architetto Gregotti, ma se non conta solo il bello o il brutto, allora persino gli «ecomostri» di Bari avrebbero potuto essere salvati... «No, quella era una situazione irrecuperabile. Andavano buttati giù, c'era un gravissimo abuso edilizio da sanare. Punta Perotti rappresenta un caso estremo, ma sarebbe infantile e superficiale averlo buttato giù solo perché esteticamente brutto. Andava eliminato prima di tutto per il degrado che rappresentava». Fuksas come esempio di degrado da abbattere, cita le Vele di Secondigliano, il quartiere Corviale progettato da Mario Fiorentino a Roma e il suo Zen di Palermo. Cosa pensa? «Sono stufo che, quando si parla di degrado, si citi sempre lo Zen: non è un cattivo esempio di architettura, anzi lo considero ancora oggi un mio progetto riuscito. Non è colpa mia se poi le infrastrutture promesse non sono state costruite, se le case sono state occupate abusivamente, se si è costituita una soluzione sociale insostenibile. Il fallimento dello Zen è dipendente dal comportamento irresponsabile delle amministrazioni e dell'Istituto case popolari». Ci potrà essere un futuro per lo Zen? «Sì, soprattutto ora che il comune sta pensando ad un progetto per il recupero del quartiere, nel quale sarò coinvolto direttamente: se tutto andrà bene, lo trasformeremo in un nucleo della nuova zona Nord della città, in un simbolo della nuova Palermo». Stesso discorso per Corviale e Vele? «Il Corviale rappresenta un buon esempio di edilizia popolare. Anche lì sono mancate le infrastrutture, non il progetto. Le Vele? Quelle che sono rimaste in piedi possono essere recuperate: il Comune di Secondigliano sta realizzando un polo universitario, con una facoltà di medicina progettata da me». Lei sembrerebbe non voler mai buttar giù nulla. «Stiamo attenti dire sempre "distruggiamo". Non è come buttare via un quadro: la distruzione deve rappresentare solo un gesto estremo. Meglio salvare, recuperare, far rivivere». Fuksas parla anche di una mancanza di fondi che in Italia penalizza i nuovi progetti. «Nel caso del progetto di Zana Hadid per il Maxxi, la mancanza di fondi che ha bloccato la realizzazione del suo nuovo Museo delle arti contemporanee è stata solo un bene».
Gregotti: Non si butta giù un palazzo solo perché è brutto
Vittorio Gregotti risponde a Massimiliano Fuksas, che ha parlato di fortezza del degrado e di fortini chiusi e impenetrabili. Gregotti non è d'accordo e sostiene che la bellezza non è l'unico elemento per giudicare l'architettura. Egli pensa che l'abbattimento di un edificio debba essere considerato solo se c'è un grave abuso edilizio da sanare. Gregotti cita l'esempio di Punta Perotti, che rappresenta un caso estremo di degrado, ma non solo per la sua estetica. Egli sostiene che lo Zen di Palermo, progettato da lui, non è un cattivo esempio di architettura e che ci potrà essere un futuro per esso.
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