Una storia lunga 50 anni. La lettera del ministro Mancini, la delibera approvata a mezzanotte Nel '65 Tatarella sentenziò: «lì bisogna costruire» E i comunisti profetizzarono: «Ma che idea dannata!» A sinistra la lettera scritta nel 1969 dall'allora ministro ai Lavori Pubblici, Mancini, nella quale respinge la richiesta del Comune di Bari di variante al Prg per quanto riguarda il lungomare Perotti Punta Perotti, la telenovela è giunta alle puntate conclusive dopo quasi 50 anni dì avventure, polemiche, colpi dei scena. Ebbene si: quasi mezzo secolo, perché quel tratto di lungomare sud del capoluogo, oggi palcoscenico della spettacolare demolizione a mezzo esplosivi che catturerà l'attenzione dì tutta Italia, in realtà è protagonista della storia politica, economica, urbanistica e sociale di Bari dal 1959. Almeno. Solo negli anni '90 entrano in scena lo special guest, l'ecomostro-saracinesca, la magistratura (di ogni ordirne grado o quasi), i costruttori Matarrese, gli ambientalisti, le contestazioni politiche, tante carte bollate (querele al sindaco incluse), la discussa sentenza alla pena capitale fino all'esecuzione odierna del condannato per mezzo della dinamite. Non c'è possibilità dì appellarsi alla clemenza della corte, i margini non ci sono più. Risale, quindi al 1961 la prima delibera del consiglio comunale cittadino (datata 20 marzo) in cui sì approva la variante al piano regolatore Piacentini Calzabìnì per poter cementificare «la zona a sud in prolungamento del lungomare». E già ad allora (il 19 aprile '61) risale il primo rifiuto, sep-pur parziale, da parte del Provveditorato regionale alle opere pubbliche, che tra l'altro prescrive di correggere la soluzione inviata «in modo più. completo e urbanisticamente valido». I pianì particolareggìatì redatti dall'Ufficio tecnico comunale riguardano il lungomare Peroni fino al torrente Valenzano, suddividendo la fascia costiera in due lotti: da via Serena al prolungamento di viale Magna Grecia fìno al mare e da qui fino al torrente Valenzano. Oggetto dì «contestazione» da parte degli uffici sempre il secondo lotto: sarà così per tutti gli anni '60, quando il Consiglio superiore dei lavori pubblici (VI sezione) per ben sei volte rispedisce al mittente le richieste dell'amministrazione comunale barese, con motivazioni abbastanza e-loquenti che già allora introducono il concetto-monito di «muro». «Nei progetti esaminati scrive sempre la VI sezione nel '68 sì riscontra una generale carenza compositiva che non giustifica l'intendimento di variare il Prg, non risultando alcun motivo per cui le aree provenienti da riempimento marino dovessero essere destinate all'edilizia e tanto meno ad un'edilizia con le biasimate caratteristiche di creare un muro tra città e mare». Si parla inoltre di «tipi edilizi massicci, la cui ormai sorpassata forma a fabbricazione chiusa, con spazi interni ristretti e sviluppata a margine delta strada, ha prodotto troppi fatti negativi per poter essere intesa come soluzione accettabile». Nemmeno Cassandra, omerica annuncìatrice di sventure, avrebbe potuto preconizzare ilosca orizzonte meglio di cosi Addirittura è lo stesso ministro dei Lavori pubblici, Giacomo Mancini, a prendere carta e penna (il 9468e U22269), per confermare il diniego alla richiesta del Comune, suggerendo che il futuro Piano Quaroni fosse dotato del piano particolareg-giato oggetto del contendere, ma corretto secondo le prescrizioni suggerite dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Ciò, però, non avvenne come ricorda l'in-gegner Donato Bosco, assessore all'Urbanistica della consi-gliatura Di Cagno Abbrescia, stesore della delibera che sancisce la condanna di Punta Perotti ad essere demolito. Il piano Quaroni (adottato nel 1976), poi, dimostrerà di tenere maggiormente conto di uno sviluppo urbanistico attento più ai risvolti economici che non alle prescrizioni in favore dell'ambiente. Fin qui la contesa tecnica, ma anche le contrapposizioni politiche sulle soluzioni da adottare partono da quegli anni delineando gli scenari successivi. Nel consiglio comunale dell'8 marzo 1965, la delibera di variante a Prg passa con 42 voti favorevoli e 6 contrari dell'allora partito comunista. Il giovane Pinuccìo TatareUa perora la causa della variante «che noi crediamo urbanisticamente utile alla progressione della città verso quella zona». Un anno dopo, il 23 aprile '66, sempre la delibera di variante a Prg è approvata con 27 voti e 4 no del Pel Mario Giannini (padre dell'attuale assessore al Patrimonio), per 17anni consigliere comunale, deputato del Pci dal '68 all'80, nel motivare la posizione contraria, definisce «dannata» l'idea dì «persistere nella pratica delle deroghe nella fase di revisione del Prg». Quindi il salto agli anni '90, quando viene concepito l'ecomostro. A marzo '90, sindaco De Lucia viene adottata la lottizzazione, VII maggio '92, sindaco Daniela Mazzucca, la stessa viene approvata, i cantieri si aprono e 13piani tutti rigorosamente vista mare chiudono l'orizzonte cittadino. A giugno '96 interviene la magistratura, che i-nizia a scrivere un finale diverso per l'abnorme creatura del litorale Sud, ormai assurta a caso nazionale. Alle battaglie del centrosinistra in consiglio comunale e fuori, fanno da sponda le manifestazioni ambientaliste. È un momento storico anche per il mondo dell'associazionismo. Cesare Veronico, con Vi-to Leccese e Maria Maugeri (tutti ex Verdi) ricorda 10 anni fa come l'inizio di un'epopea, lui che esordì in consiglio comunale proprio il giorno dell'approvazione della lottizzazione della discordia, «Organizzammo la prima conferenza stampa - ricorda - sotto gli scheletri abusivi È stato come se ci sdoganassimo da uno stato di inferiorità: infatti fino ad allora le nostre battaglie erano di rappresentanza, perché bastava che i poteri forti sì coagulassero per non lasciarci scampo. Da allora anche nella gente si è creata la coscienza di avere una capacità di incidere». Intanto tra sentenze, appelli e ricorsi, la corte di Cassazione solca la vìa della demolizione, che gode dell'inatteso appoggio di un partito trasversale forte del capo del Governo, Silvio Berlusconi (celebre la sua affermazione sulla muraglia l'8 settembre 2001: quella cosa è ancora lì?), il ministro dei Trasporti, Lunardi (Ecomostri simili non possono essere condonati, settembre 2003) e tante altre personalità. L'estate 2003 si rivela decisiva. Le titubanze dell'amministrazione comunale devono fare i conti con ni solleciti del sovrintendente ai beni culturali, Gianmarco Jacobitti prima, e del procuratore della Repubblica, Emilio Marzano: entrambi diffidano il sindaco ad adempiere alla sentenza di abbattimento. Come detto l'assessore Bosco prepara la delibera, anche a seguito di un ordine del giorno del coordinatore delle opposizioni, Gianni Giannini in cui si chiede la demolizione accompagnata dalla riqualificazione col coinvolgimento del privato. Il 7 ottobre a mezzanotte inoltrata il consiglio comunale e-mette il verdetto: 18 voti a favore (centrosinistra più Monaco e Ventrella, An, Di Cagno, Liberali), 11 astenuti (Forza Italia), un no (Pugliese), mentre Udc e parte di An abbandonano l'aula. Meno di 3 anni dopo il destino si compie, pochi ci credevano.