Punta Perotti, se vince la legge Bari, il primo troncone di Punta Perotti demolito Adesso quella parte di città può rivedere il mare Avrebbe fatto un lungo applauso ieri mattina il professor Armando Perotti quando in due secondi, due, è crollato il primo troncone della «saracinesca». Due secondi, un minuto dopo le 10.30 e il gigante di cemento è venuto giù come fosse stato un ramoscello secco. Una grande nuvola di fumo, dissolta in pochi minuti, circa 70mila metri cubi di cemento finiti a terra. Avrebbe applaudito di sicuro il professore Armando Perotti, intellettuale barese del secolo scorso ( 1865-1924) che si battè con tutte le sue forze per non far costruire il Teatro Margherita proprio alla fine di Corso Vittorio Emanuele, su una piattaforma sul mare, perché chiudeva l'orizzonte ai baresi. Poi ne chiese l'abbattimento. Ma niente da fare. La città gli dedicò un tratto del lungomare, proprio quello dove è nato il grande mostro. E il complesso residenziale dei Matarrese si chiama proprio così: Punta Perotti. Uno sfregio. Il grande botto è arrivato all'improvviso: tutti aspettavano il suono di tre sirene che avrebbe dato il via e invece il rumore degli elicotteri ha coperto tutto. Il terreno ha tremato e poi è apparso di nuovo il cielo. Così, nel giro di pochi istanti. Fiumi di gente in strada per assistere, tele-fonini impazziti a immortalare l'evento in cui nessuno credeva, applausi dopo la sorpresa iniziale. Delusione per le telecamere colte alla sprovvista. I Matarrese abitano poco lontano. Chissà se l'hanno visto venire giù. Gaetano Benedetto, del Wwf, arrivato da Venezia non nasconde la soddisfazione: «Noi ci siamo stati sempre dalla prima all'ultima udienza fino in Cassazione». Poco più in là Roberto Della Seta, Legambiente: «Un bellissimo giorno perché finalmente è possibile guardare ad un futuro senza più abusi edilizi, senza condoni. I lavori di Punta Perotti iniziarono proprio pochi giorni dopo il primo condono Berlusconi». Cesare Veronico, capogruppo della maggioranza in consiglio comunale, è poco più indietro, con suo fratello Roberto. «Chi l'avrebbe mai detto, eh?», dice all'assessore all'Ambiente Maria Mangeri. Insieme dieci anni fa fecero la prima conferenza stampa sotto Punta Perotti: «Eravamo in 4 - racconta Veronico -. Oggi vedere tutta questa gente in strada, che condivide la scelta coraggiosa dell'amministrazione comunale ha un grande significato». «Ne abbiamo fatta di strada», gli risponde l'as-sessora. L'assessore all'urbanistica, Ludovico Abbaticchio, ds, abbraccia il sindaco, Michele Emiliano. «Michele è andato tutto bene», «Sì, Ludovico, adesso dobbiamo pensare a domani, a quello che dovrà diventare questo posto». Fanno tutti la stessa domanda. E adesso che si fa? «Mica resteremo con le macerie ammonticchiate?». Ci vuole pazienza. Anzi, ci vogliono 175 giorni per smaltire le macerie, come spiega l'ingegnere Antonio Colaianni. «Tutto come previsto», esulta. Certo, i timori c'erano eccome. Poteva accadere che non crollasse bene, che fosse necessario ripetere l'operazione. Invece, «adesso ci sono soltanto i blocchi scala che sono rimasti praticamente integri e che dovranno essere frantumati». È finalmente sereno, Giovanni Conte, amministratore delegato della General Smontaggi che ha premuto sull'esploditore. «Grazie Emiliano» sventola uno striscione all'ultimo piano di un palazzo poco distanza da Punta Perotti che per dieci anni non ha più visto il mare. «Bentornato lungomare», sventola Legambien-te. «Sindaco, per cortesia, un autografo», chiede Daniele 10 anni. «Sindaco, mettici una bella discoteca al posto di quella roba», ci prova un «under 16». Autografi e mani che si stringono. I baresi osservano il mostro che giace riverso su se stesso. Ma ci sarà un ruolo anche per i Materrese, sindaco? «Diciamo che ci sarà un ruolo per la città. Qui non c'è un colpevole giudiziario e nessuno è contento per questo abbattimento perché sappiamo bene che c'è il dolore di chi aveva investito in quel progetto, d'i chi ci aveva lavorato. Per questo adesso bisogna dare un senso a tutto questo, bisogna fare di questo luogo un quartiere modello della città». E ancora: «Ma non avete paura della richiesta di risarcimento?», gli urlano dalla folla. «No, per niente. Noi non perdiamo un soldo da tutta questa storia: questi terreni sono di proprietà del Comune, prima erano di privati». E a chi l'accusa di operazione puramente pre-elettorale risponde: «Qui la destra ha sempre governato. Come mai non l'hanno abbattuto loro?». I numeri danno il senso di quello che è accaduto: 60 detonatovi piazzati in oltre mille buchi; 3600 metri di miccia, un chilo e mezzo di dinamite in gelatina in ogni detonatore. «Non abbiamo potuto far crollare tutto insieme perché la legge antiterrorismo ci impediva di trasportare tutto l'esplosivo in una volta». Altri due appuntamenti: il 23 e il 24 aprile. La città alle 12 toma alla normalità. Tutto ha funzionato alla perfezione. Dante Mazzitelli, salta in bici e va. A lui hanno buttato giù il Fuenti, l'altro ecomostro del Mezzogiorno. «Ma io ho presentato un progetto di riqualificazione dell'area - dice - e nel 2007 il giardino del Mediterraneo sarà pronto».