Un'esplosione di cinque secondi ha sbriciolato trecentomila metri cubi di cemento. «La stessa emozione di quando è caduto il muro di Berlino» Bari, giù il primo blocco. Bandiere della pace e migliaia di spettatori. «Ora discutiamo del futuro» BARI L'ultimo ostacolo al «big bang» avrebbe potuto essere il maltempo. Ma dovevano essere tuoni, fulmini e vento dei Balcani, perché se fosse stata soltanto pioggia i trecento chili di dinamite non si sarebbero lasciati intimidire. Punta Perotti è caduta all'ora fissata, alle 10.30 di un caldo mattino d'aprile, puntuale, come al Sud non succede quasi mai. Cinque secondi, forse quattro, per un'esplosione senza rimbombo, quasi un colpo di pistola con il silenziatore, che ha spappolato i tre quarti dell'ecomostro da trecentomila metri cubi. Un attimo dopo, sul lungomare sbarrato dalla Saracinesca si è aperta una breccia, che nell'immaginazione di alcuni è diventata quella del Muro di Berlino, per altri era quella di Porta Pia, e insomma ognuno con il proprio riferimento storico e ideale, dettato dall'emozione del momento. Di «spettatori», sulla spiaggia «Pane e Pomodoro», ne sono giunti a migliaia. E altre migliaia erano stipati nelle barche schierate in fila sul mare piatto. Ma non ci sono state ovazioni da stadio, tutto si è svolto con grande compostezza e insospettata serenità. Solo un applauso quando la prima parte dei palazzoni si è accartocciata su se stessa dentro a una nuvola di polvere e poi via, tutti sul lungomare chiuso al traffico, a incontrarsi, a commentare, a gioire e anche a discutere. Una tranquilla domenica in compagnia della dinamite, ma anche una strana giornata in cui non «l'evento», sebbene eccezionale, è stato il vero protagonista. Ma il pubblico che vi ha preso parte. Tutti quelli che c'erano volevano vederla cadere «davvero» Punta Perotti, ma erano lì anche per chiedersi l'un l'altro cosa ne sarà dopo, di quel bellissimo e negletto lungomare, oggetto di appetiti almeno quanto lo è di retorica. Erano li, e chissà da quanto tempo non accadeva, a riappropriarsi dello spazio pubblico per parlare di cose pubbliche. E la parte più numerosa di questo pubblico erano i ragazzi, quelli che la vicenda di Punta Perotti forse l'hanno solo sentita raccontare, e magari anche male, ma l'hanno vissuta nella maniera più «pura», perché meno inquinata dalle ipocrisie della politica, che oggi, va detto, «scaricando» i costruttori di Punta Perotti (Matarrese, Andidero, Quistelìi), cerca di assolvere se stessa. I ragazzi però, e tutti gli altri, non si sono fatti intrappolare, e per sdrammatizzare hanno dribblato le prediche pre-elettorali e l'hanno messa sul ridere, con volantini che reclamizzavano «Caffè Punta Perottipiù lo mandi giù e più ti tira su», o che suggerivano ai Matarrese: «Adesso vendi anche la Bari», la squadra di calcio, che fatica in serie B, d'accordo, ma che senza i Matarrese correrebbe rischi peggiori. Niente di grave, dopo tutto. Semmai qualcosa di inedito, come le bandiere della pace sventolate per celebrare le virtù della dinamite. Una contraddizione solo apparente, considerata la spiegazione, mica male: l'abbattimento di Punta Perotti visto non soltanto come una demolizione riparatoria, ma come una vera e propria «guerra preventiva» nei confronti del «Puntaperottismo», malattia tut-t'altro che infantile dell'abusivismo. Perché Punta Perotti lo aveva ben sottolineato già nel 1999 la sentenza del giudice Maria Mitola, a cui in gran parte si deve questo risultato è stata la violazione del divieto assoluto, che ha partorito ciò che non poteva e non doveva nascere. E che però doveva innescare l'effetto «cavallo di Troia», cioè la successiva onda speculativa sulle aree confinanti. Ecco perché la dinamite ha riscosso tanto successo. Affinché questo lo dicevano tutti la storia non si ripeta. Magari con leggi ad hoc e autorizzazioni «regolari». Magari sullo stesso lungomare Perotti. Magari in nome di una non meglio definita «riqualificazione».