SALIRE sui ponteggi, ascendere nel vuoto verso la meta agognata, rifare a ritroso il cammino dell'artista, è indubbiamente uno degli ultimi, straordinari privilegi, che uno storico dell'arte od un cronista fortunato possa esperire. Non soltanto perché le occasioni si fanno sempre più rare, e problematiche le ascese a causa dei rischi ed intralci che s'arrecano comunque a metodi di restauro sempre più complèssi e controllati, ma proprio perché - a contatto con la pellicola, la carnagione viva d'una pittura, che sei abitualmente costretto a scrutare da lontano e destinato probabilmente a non rivedere più - si ha come un ribaltamento copernicano della visione artistica: uno choc emotivo, che ha pochi confronti. Tu vedi davvero la pittura «farsi» davanti ai tuoi occhi, come se l'artefice fosse ancora a pochi millimetri da te, e «lavorasse» per te, dentro i tuoi occhi stupefatti, dispiegando prodigi freschi, umidi ancora di meraviglia e preveggendo quello che si scruterà da terra. Nel caso però della scalata ai ristrettissimi ponteggi nella Basilica Superiore di Assisi, che conducono alla vela restaurata dei possenti Evangelisti di Cimabue, coinvolti nel crollo del minaccioso terremoto del 1997, l'impressione è abbastanza inconsueta: insieme dolente e rassegnata. Perché vai a verificare, col «dito» dolorante degli occhi mortificati, quasi da San Tommaso nel costato del Signore, più un'assenza, uno scacco drammatico della pur eroica e certosina pazienza dei restauratori, che non una vera, ritrovata presenza pittorica. Perché, come un faro crudele puntato sul luogo del delitto, il contenuto ponteggio raggiunge esclusivamente il sotto-vela della porzione di volta dipinta, che ha ceduto alla pressione violentissima del sisma. Spiega il responsabile del restauro, Giuseppe Basile, per pochi giorni ancora, dopo otto anni di ricerche e lavori, 60.000 ore collettive, su questi trespoli traballanti e vertiginosi (che tra poco verranno smontati per accogliere la visita inaugurale, a pareti sgombre, del Presidente Ciampi, mercoledì prossimo) spiega che dopo anni e anni di minuzioso lavoro d'equipe, letteralmente a contatto con la miriade incalcolabile di frammenti, religiosamente raccolti, la conclusione ultima è abbastanza mortificante, arresa. Perché quei frammenti erano spesso così minimi, meno d'un unghietta di bambino, ed i segni d'aggancio (ad un volto o ad una architettura) così dispersi ed irreperibili, che il sogno di poter ricostruire il puzzle s'è infranto assai presto. Vana l'illusione di ricreare quell'effetto perduto: follia, l'idea di simularlo. Certo, s'è tentato di ripristinare il tessuto cromatico originario, anche nella parte di vela dipinta d'azzurrite, a voltone cilestrino, con presenza di stelle dorate (secondo i metodi predicati da Cesare Brandi: la reversibilità del colore ad acquerello, l'abbassamento della selezione cromatica) ma per quanto riguarda la sagoma della figura di San Matteo e dell'architettura, che simboleggiava la Giudia, nulla invero si è potuto ottenere. Quindi, lassù, sgomenti, non si può che convivere per lunghi istanti con questo lago di vuoto dipinto, in cui galleggiano tracce disperse d'un ectoplasma d'immagine, che non riesce più a coagularsi. Ma essere là, così vicino agli altri Evangelisti, rimasti orfani ed imburbanziti, che occhieggiano severi e come irritati da troppe visite importune, è comunque un' emozione non meno straordinaria e compensatrice. E guardare, comuque più da vicino quelle intonse architetture simboliche ed araldiche, che s'inscatolano come frammenti in agone e si sollevano come sogni arcaici di murature mentali - prima che Giotto giunga, alle pendici, a disporre la sua pace e distensione urbanistica - ti conforta comunque e rassicura. Ma anche guardare dall'alto, in una prospettiva inusitata e rivela-trice, il gran lago rasserenato e pur drammaturgicamente drammatico delle Storie di San Francesco dell'allievo Giotto, che si spalmano placide ai nostri piedi, un brivido non te lo puoi evitare : se si riflette quali capolavori irripetibili il terremoto abbia avuto la benevolenza di risparmiare. Ed una scossa di terremoto ulteriore ancora ti scuote. Certo, per chi ha avuto la ventura di godere a contatto la «grana» del dipingere di Giotto o di Piero della Francesca, di Vasari, di Zuccari o di Michelangelo, di Signorelli o del Beato Angelico, di Goya o Delacroix, ogni salita al Paradiso, o al Calvario, ha una sua indimenticabile, inconfrontabile densità emotiva. Se con Giotto hai davvero l'impressione di veder nascere l'iconografia, perché ogni gesto e pennellata, un po' alla Dante, è la «maniera», insuperabile e nativa ed unica, di tradurre un pensiero in figura, in gemmazione d'immagine. Se con il Beato Angelico hai davvero la sensazione che dipingesse minuzie e dettagli e ricchezze miniaturistiche, non tanto per quella plebe laggiù, che siamo noi, eternamente, ma in dialogo beato ormai col solo Dio, ebbene con quel che resta di Cimabue, qui accanto, a quota montana, la verifica è ancora diversa. Basterebbero quei puttini con la faccia strafottente, o quei racemi e quelle fioriture, ogni volta diverse e nuove: non si tratta certo d'un artista che ricerchi ossessivamente l'originalità. Ma «qui» si lavora, e veloci e concreti: e si fa molto prima ad inventare ogni volta, a sbizzarrirsi col pennello, che non copiare ed usare sagome o patrones ripetitivi. La grande «azienda» della pittura si è messa in marcia.