E' una delle firme più importanti dell'architettura mondiale, molto impegnato anche nel nostro paese: "Lavorare qui è come ritrovare ì miei antenati: c'è una grande eredità culturale e architettonica da sfruttare e portare avanti". E la Cina? "Lì alla fine decidono soltanto i politici" Milano Nell'ondata di architetti stranieri chiamati a dare dei segni architettonici forti in alcune città italiane, uno dei pochi, forse l'unico, di cui sia già stato realizzato un progetto è Arata Isozaki. L'architetto giapponese, classe 1931, è considerato uno dei grandi maestri contemporanei. La sua prima opera architettonica realizzata in Italia è il pala hockey di Torino, altrimenti detto pala Isozaki, che, nato come palazzo del ghiaccio in occasione dei giochi olimpici invernali, si dovrebbe trasformare in uno spazio polifunzionale. In Italia, Isozaki, sta lavorando su altri fronti. Procede il suo progetto milanese di riconversione dell'ex quartiere fieristico, all'interno dei 25 5 mila metri quadrati dell'intera area, suddivisa progettualmente con l'architetto Pier Paolo Maggiora, Zaha Hadid e Daniel Libe-skind. Rimane, invece, ancora arenato il suo intervento davanti all'uscita degli Uffizi di Firenze. La loggia progettata dall'architetto giapponese sollevò le polemiche dell'allora sottosegretario ai beni culturali Vittorio Sgarbi. Qualche giorno fa la soprintendenza ai beni architettonici di Firenze, ha detto che rimanderà di qualche anno la decisione rispetto a questo progetto, dopo che saranno finiti i lavori di ampliamento della Galleria degli Uffizi che dovrebbero partire tra un mese. Isozaki viene spesso in Italia, nel suo studio milanese in zona Brera, per seguire l'avanzamento dei lavori. «Ci sono molte ragioni per venire qui in Italia racconta questa volta sono tornato per assegnare insieme ad atri giurati la medaglia d'oro all'architettura italiana, che sarà proclamata a metà maggio alla Triennale». No comment sul premio assegnato, ma gli piace ricordare che la Triennale di Milano è stata molto importante per la sua storia professionale. «Nel '68 ho fatto qui il mio debutto internazionale nell'architettura. All'interno del Palazzo di via Alemagna fu esposto il mio primo progetto fuori dal Giappone, che gli studenti, in piena contestazione, mi distrussero. Fu un incidente che mi colpì molto e cambiò la mia visione dell'architettura racconta Capii che cosa realmente significava essere radicali nell'architettura e nel design. Per me sono stati molto importanti i movimenti artistici e architettonici di allora e ho molti amici di quel periodo, da Umberto Eco a Ettore Sottsass, da Alessandro Mendini a An-drea Branzi». E' da vent'anni che Isozaki lavora fuori dal Giappone, in tutto il mondo. Attualmente ha progetti e cantieri aperti in Spagna, Germania, Medio Oriente, Cina e Australia. Le sue architetture sono dappertutto e adesso anche in Italia. «L'Italia è per me una specie di "antenato" perla sua grande eredità culturale e architettonica. Ho scritto una serie di libri sulle 12 opere architettonica più belle nel mondo e sei di queste sono italiane». Nel suo studio milanese che controlla l'area mediterranea, compresi Beirut, e Egitto i dieci architetti che ci lavorano sono molto presi dal progetto dell'ex area fieristica che comprende case residenziali e un grattacielo per uffici. «La cosa che mi preme di più è far dialogare questa nuova area con il contesto e vedere come in futuro questa nuova parte si integrerà con la città. Un altro aspetto è quello legalo al grattacielo. La mia idea viene da un percorso culturale personale che fa riferimento Brancusi». Isozaki si riferisce alla "colonna senza fine" dell'artista che, sottile e altissima, è fatta da un modulo che si ripete idealmente all'infinito. Ma il grosso del lavoro, l'architetto lo sta facendo in Cina. «E' molto difficile lavorare in Cina. Stanno costruendo tantissimo ma senza una direzione concettuale. Il grosso problema è che a prendere le decisioni sono i politici e non i professionisti. Non hanno cultura specifica e devono prendere le decisioni in un minuto. E' gente che e andata a studiare sociologia e politica in America e poi è tornata a casa. Le loro idee sul-l'architettura si basano sui ricordi americani. Hanno tre modelli: Manhattan, Las Vegas e Disneyland. E quindi pensano, per esempio: "perché non avere un palazzo a forma di Micky Mouse?" Ecco in Cina funziona così». Prosegue: «Puoi sbizzarriti dal punto di vista decorativo, ma non puoi proporre dei progetti nuovi nella sostanza. Devi rientrare nel loro modo standard di concepire l'architettura. E' per questo che posso dire che in Cina tutto è possibile, ma nello stesso tempo tutto è impossibile». Ma lui non vuole compromessi e per questo ha perso una decina dì concorsi. Ne ha vinti solo due. Una decina di anni fa ha ne ha vinto uno per un centro culturale a Shenzhen. Hanno cominciato a costruirlo dal 2000 ed è ancora in costruzione. La biblioteca sarà aperta a metà di quest'anno e la sala concerto probabilmente l'anno prossimo. «Tutto viene realizzato esattamente nella stessa forma con la quale ho vinto il concorso, non hanno voluto cambiare una virgola, nonostante avessi successivamente apportato delle modifiche. Vogliono che tutto rimanga così come era stato progettato sin dall'inizio, anche se proponiamo delle modifiche che potrebbero far spendere di meno». Per l'Accademia di Belle Arti a Pechino l'architetto giapponese ha progettato un museo. «In questo caso i miei clienti diretti sono professori e artisti, con cui è facile dialogare». Per Shanghai ha progettato un Art Hotel, con 700 camere. I lavori cominciano a settembre e finiranno nel 2009. In Cina come altrove un "classico" di Isozaki è riprendere dal passato "utopie" che non erano state realizzate e ri-proporle in un'altra veste. «Le idee architettoniche hanno una lunga vita risponde Noi stiamo ancora pensando a quelle di Brunelleschi e di Terragni da cui io continuo ad imparare. L'idea non è necessariamente legata ad un periodo storico, il punto essenziale è come creare delle utopie future. E il compito principale degli architetti è come sostenerle da un punto di vista tecnologico. Questo è quello a cui penso sempre».