Sono stati quei cinquanta metri circa di cemento innalzati sopra l'orizzonte a decretare subito, appena apparsi nel cielo di Bari, il destino ineluttabile dei palazzoni dì Punta Perotti, la saracinesca che improvvisamente chiudeva alla vista tanta parte dì quel bene oggì più che mai prezioso: la bellezza. Bellezza della Natura in questo caso poiché qui l'orizzonte coincide con il livello del mare, un bene di cui la maturazione della coscienza civica esige che tutti debbano poterne godere, non più solo pochi privilegiati. Un concetto di bellezza, inoltre, che nel nostro contesto non si sposa evidentemente con quello appartenente alla modernità in cui domina la dimensione dell'altezza: basta pensare ai grattacieli delle più grandi metropoli del mondo, da New York a Hong Kong, da Miami Beach a Singapore, che rappresentano l'anelito umano ad elevarsi il più possibile dal livello della crosta terrestre. È piuttosto un concetto di bellezza che appartiene alla tradizione mediterranea e che è dì apertura verso l'esterno, verso gli altri popoli che quasi sempre vengono dal mare, e dunque una bellezzaatta di accoglienza, di dialogo, di a-scolto con il mare. In questo senso, nell'immaginario dei baresi. Punta Perotti ha rappresentato un simbolo di chiusura, una specie dì mostro fallico proteso ad aggredire, a violentare «la mer», il mare appunto. Certo nessuno contesta i bei palazzi costruiti (per esempìo quelli progettati dall'ing. Saverio Dioguardi) in era fascista sul Lungomare di Bari, che pure non sono troppo alti ma ugualmente (come l'ecomostro dì Punta Perotti) abbastanza vicini al mare, e che donano alla città quel tocco di eleganza che la fanno somigliare a Parigi. Eppure quella fattura architettonica segnava una specie di cintura, di barriera dal mare, quasi a significare che bisognasse difendersi da esso, dal quale spesso erano venuti nei secoli attacchi nemici. A contrastare quella tendenza, già alla fine degli anni Novanta la realizzazione di spiagge pubbliche attrezzate aveva rappresentato un certo ritorno al mare, un riappropriarsi da parte dei baresi del loro mare, e insieme un nuovo senso di rispetto per il bene pubblico. Perché un imperativo imprescindibile della nostra epoca è la progressiva a-pertura di spazi pubblici in cui si custodisce la polis, di luoghi ameni da sottrarre al privato in cui la collettività sì educa allo spirito pubblico, in cui essa costruisce relazioni sociali attraverso lo svago, il gioco, il divertimento. Ecco allora che l'abbattimento di quei trentacinquemila metri cubi di macerie serviranno a far capire ancora di più come una certa pratica edilizia abusiva abbia prodotto in questi ultimi decenni danni irreparabili alle nostre coste, alle colline, ai fiumi, quale impeto consumistico abbia guidato lo spreco di una risorsa non rinnovabile come il suolo. In questo senso il collasso dì Punta Perotti ha un valore simbolico forte: la liberazione dell'orizzonte e la rinaturalizzazione del territorio, mentre la degnazione avrà, almeno si spera, il significato di una rottura col passato, di una rigenerazione dal malcostume, dalla speculazione, dall'espropriazione del bene pubblico. Ma alla fine, nonostante tutto, resterà un retrogusto a-maro, un senso di festa che non c'è, o peggio ancora di show elettorale. Perché si tratta pur sempre di una vicenda assurda (un po' come quella del Petruzzelli) dove non esiste un colpevole, ì costruttori che hanno subito il sequestro dei cantieri assolti, i funzionari che hanno rilasciato le licenze dissolti nel nulla. Ancora più assurdo che chi aveva comprato quelle case si ritrovi con un pugno di mosche in mano. Chi pagherà dunque? Quasi certamente noi cittadini. E intanto sì crea un pericoloso precedente che mina gravemente la certezza del diritto. A questo proposito circola già il sospetto che d'ora in poi, per approvare grandi progetti urbanistici, gli assessorati competenti dovranno passarli prima al vaglio della Procura della Repubblica.
Punta Perotti. II valore simbolico dell'abbattimento
Il testo descrive l'abbattimento di Punta Perotti, un palazzo di cemento costruito negli anni '30 a Bari, che si era eretto sopra il mare e aveva rappresentato una barriera per il mare e per la bellezza naturale. L'edificio era stato costruito in un periodo di grande espansione urbanistica e aveva rappresentato un simbolo di chiusura e di difesa. Tuttavia, con la realizzazione di spiagge pubbliche attrezzate e la progressiva a-pertura di spazi pubblici, la città ha iniziato a riappropriarsi del suo mare e a costruire relazioni sociali attraverso lo svago e il divertimento.
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