In 25 anni la battigia è avanzata di 70 metri CASTELLAMMARE. La spiaggia del lungomare Garibaldi sta diventando un ecomostro. In 25 anni la striscia di sabbia vulcanica, quell'arco «fantasticamente perfetto» immortalato nelle cartoline illustrate, si è dilatato a una velocità che nulla a che vedere con i tempi della natura. Da 20, 30 metri che misurava prima, oggi ne conta 100 e somiglia, complice il terreno che nel frattempo vi è stato sversato, a un latifondo di pianura. Il mare non bagna più Castellammare. La lambisce sempre più da lontano. L'insabbiamento è cominciato agli inizi degli anni Ottanta quando, per proteggere il porto dai marosi, la Regione, quella di allora, volle l'allungamento della diga foranea. Qualcuno lo disse, qualcuno avvisò: ma l'operazione andò avanti. E la spiaggia pure. Con un altro brutto effetto collaterale: «verso la periferia nord di Castellammare -ricorda Giuseppe di Noia, all'epoca capo dell'ufficio tecnico comunale -l'erosione divorò l'arenile, e un bel giorno una mareggiata rovinò sui palazzi provocando un'alluvione. Noi come Comune non potevamo che invocare un intervento». La Regione corse ai ripari: le scogliere risolsero il problema e la spiaggia poco a poco si ripascé. Ma a sud, verso il porto, proprio in corrispondenza della Villa comunale e della passeggiata, l'insabbiamento continua. Dove arriverà la spiaggia? Si fermerà o continuerà a"crescere? Se gli stabiesi sono soltanto dispiaciuti per quel panorama travisato, che non coincide più con i ricordi dei nonni, quando scugnizzi si tuffavano in acqua direttamente dalla banchina o si imbarcavano sulle lance per raggiungere, negli anni '60, il neonato lido Bikini, gli ambientalisti sono allarmati. «Sulla questione abbiamo ricevuto diverse segnalazioni - spiega Giuseppe Ruggiero, portavoce campano di Legambiente - e pensiamo che non ci sia altro tempo da perdere: bisogna convocare urgentemente un tavolo di concertazione coinvolgendo ingegneri idraulici, geologi e tecnici del settore per studiare il fenomeno e intervenire con mezzi idonei. Nei prossimi giorni faremo un sopralluogo e inviteremo il Comune di Castellammare a farsi promotore di un incontro. Non va dimenticato che, proprio in quest'area, si sta lavorando alla realizzazione del nuovo porto turistico: non vorremo ritrovarci, tra vent'anni, a dover affrontare un altro scempio, una nuova emergenza». Quel che propone Legambiente è uno studio approfondito dello specchio d'acqua dove ora sorge il cantiere del nuovo scalo: banchine, scogliere, sistema delle correnti. È indispensabile conoscere tutti i fattori e prevedere come nel corso del tempo protranno interagire tra loro provocando ulteriori trasformazioni della costa. «Nel frattempo - dice ancora Ruggiero - bisogna arrestare il fenomeno dell'insabbiamento». Come? È possibile che sia sufficiente dragare i fondali, un'impresa impegnativa e sicuramente costosa. Che forse proprio per questo non è stata mai realizzata. Con conseguenze che minacciano di farsi sentire anche sul porto, se il livello del fondale continuerà a salire non ci sarà più posto per le navi. Curioso: mentre ovunque ci si preoccupa dell'erosione a Castellammare l'allarme va controcorrente: è l'arenile a mangiare il mare. E se anche una spiaggia più grande può rappresentare un vantaggio (quando e se fosse risolto il problema dell'inquinamento, sarebbe tutto spazio in più da destinare alle attività balneari) un fenomeno tanto vistoso e dagli sviluppi tanto incerti non può lasciare indifferenti. Tanto più se si considera che anche l'erosione nella zona a nord è effetto della stessa causa. Davanti al rudere dell'hotel Miramare, fantasma disabitato con vista sui liquami che sfociano a mare, del bagnasciuga resta ben poco. Il litorale stabiese, già sorvegliato per l'inquinamento, d'ora in poi dovrà essere monitorato anche per la morfologia.