Una battaglia animata dalle associazioni ambientaliste e sfociata nelle aule della giustizia che sembra essersi definitivamente conclusa con la recente ordinanza del tribunale che ha respinto l'ennesimo ricorso dell'impresa Matarrese, scrivendo così la parola fine ad una altalenante vicenda giudiziaria. Dieci volte più grande del «Fuenti» (l'albergo abbattuto qualche anno fa sulla Costiera Amalfitana), il complesso di Punta Perotti è diventato nell'immaginario collettivo l'«ecomostro» per antonomasia, il paradigma negativo di ciò che non andrebbe mai costruito lungo i lidi del Mediterraneo. Certo, sulle coste del Sud c'è anche di peggio. Basti pensare alla devastazione dello splendido paesaggio siciliano da parte dell'industria pesante di Stato, nei pressi di Gela. Ma tant'è. Ciò che ha irritato di più i cittadini di Bari è lo «scippo dell'orizzonte», la «saracinesca» di cemento che avrebbe chiuso la vista sul mare. Non foss'altro che questo sentire comune, la demolizione di Punta Perotti verrà ripresa da alcune televisioni locali per consentire anche nelle case di assistere allo «spettacolo» del crollo. Come nei riti propiziatori d'altri tempi, il sacrificio del «corpo» del reato sarà gustato come una catarsi collettiva. Con il senno di poi, possiamo dunque trarre un respiro sollievo per lo scampato scempio. Tuttavia alcune considerazioni si impongono per una ricostruzione critica - e non consolatoria - di una vicenda che ha molto da insegnare sul tema della tutela ambientale. Innanzitutto va constatato che la Cassazione (nell'ottobre del 1997) restituì ai proprietari gli immobili di Punta Perotti (sequestrati a marzo dello stesso anno) ritenendoli non abusivi. Va preso atto infatti che il Comune di Bari aveva rilasciato le autorizzazioni e i conseguenti provvedimenti concessori e che la stessa Soprintendenza per i beni culturali e ambientali non aveva opposto alcun parere negativo. L'illegittimità dell'«ecomostro» - sancita e ratificata nelle ultime sentenze - riguarda piuttosto la «violazione delle leggi paesaggistiche». È proprio questo il punto nodale. La difesa della bellezza del paesaggio - che è un patrimonio collettivo - deve restare di stretta pertinenza nazionale. La deriva delle deleghe e sub-deleghe agli enti locali dovrebbe trovare un'àncora ferma in una nuova legge-quadro chiara e inequivocabile sui princìpi inviolabili. Le demolizioni di costruzioni - sia pure parzialmente autorizzate - non possono essere godute come una festa liberatoria, perché sono pur sempre un evento doloroso, anche quando necessarie e improcrastinabili. Come il bisturi che elimina una metastasi, così gli esplosivi per la demolizione vanno usati il meno possibile. È sempre preferibile la medicina preventiva. Fuor di metafora, la vicenda di Punta Perotti lascia l'amaro in bocca, perché le responsabilità di ciò che è accaduto ricadono non solo sui costruttori, ma su un'intera classe dirigente. Dopo tutto - adesso - bisognerà programmare e finaziare il ripristino dell'area di Punta Perotti, ripiantando alberi e ideando un'adeguata destinazione d'uso. C'è un vecchio detto popolare che dice che «chi costruisce e demolisce non perde mai tempo». Di certo però perde soldi e, forse, anche qualcos'altro.