Oriol Bohigas è uno dei senatori dell'architettura moderna. Ottantun anni, spagnolo di Barcellona, l'eleganza di un lord, è conosciuto in tutto il mondo per quella che è stata sempre la sua missione: rendere più belle e vivibili le città. «E adesso irrompe subito nell'intervista è arrivata l'ora di tornare all'idea delle mura: geografiche, legali, che limitino nettamente l'estensione delle metropoli europee. Madrid, Milano, Parigi e Londra le stiamo rovinando». Paladino dell'architettura sociale, quella che si pone al servizio della gente, non le manda certo a dire ai suoi colleghi più giovani troppo innamorati del colpo ad effetto. E difatti ecco l'affondo: «Credo sia immorale ciò che succede oggi: si utilizzano tanti soldi, che arrivano soprattutto da grandi aziende, per realizzare opere faraoniche, con una grande simbolicità, ma totalmente fuori dal contesto urbano. È un errore, non lasciano nulla. In tutto questo c'è senz'altro un po' di responsabilità anche dei miei colleglli. Pensate ai musei di Frank Gehry, come il Guggenheim di Bilbao: stupendi ma non saranno mai un modello per gli anni a venire». Dal suo studio, nel cuore antico della capitale catalana, sono usciti negli ultimi 45 anni circa cinquecento progetti. Il capolavoro è stata la trasformazione di Barcellona in occasione delle Olimpiadi del 1992. E da lì ripartiamo per capire che direzione ha preso l'architettura. Architetto, sono proprio necessari i Giochi Olimpici o altri grandi eventi per cambiare il volto di una città? È successo nel 1992 a Barcellona, ancor prima a Monaco. E quest'anno a Torino... «È una cosa frequente, soprattutto nelle città che da sole non avrebbero la forza economica per attuare simili trasformazioni. L'assegnazione di un'Olimpiade porta montagne di denaro che assieme all'entusiasmo della gente fanno sì che certi lavori si possano mettere in piedi. Poi a volte queste occasioni non sono state sfruttate. È il caso di Montreal dove non esiste nessuna relazione tra le opere urbanistiche costruite per i Giochi e la città. A Barcellona, invece, le palazzine che ospitavano gli atleti sono diventate un nuovo quartiere, la zona che si affaccia al mare è stata completamente ripensata per lo svago della gente, i lavori sulla viabilità sono serviti per risolvere problemi strutturali». Mai come oggi la Spagna è nel mondo il Paese più all'avanguardia quando si parla di architettura. La consacrazione è arrivata con la mostra del Moma di New York. Perché tutto questo? «Veniamo fuori da un lunghissimo periodo passato sotto il fascismo. Caduto Franco è come se si fosse sprigionata una forza creativa che covava da tempo e l'onda lunga è arrivata fino ad oggi. Bisogna poi aggiungere che abbiamo lasciato libertà creativa ai grandi architetti e i risultati si vedono». E il resto d'Europa? «Le cose migliori si possono vedere nei piccoli Paesi, come Svizzera, Olanda, Austria, Svezia o Finlandia. La qualità media è elevata perché il controllo sull'uso del territorio è forte. Penso che oggi davanti a tutti ci sia la Svizzera. In ogni cantone abbiamo opere interessanti: mi vengono in mente le Terme di Vals ideate da Peter Zumthor. E poi c'è l'architettura che si è sviluppata in Ticino che ha come alfiere Mario Botta». Sono rimasti fuori dalla lista i Paesi grandi.... «Comincio dalla Francia. La presenza di Le Corbusier ha di fatto eliminato una generazione. Ma a partire dagli anni '80 si è affacciato, soprattutto al Nord, un gruppo di architetti davvero interessanti il cui capostipite è Jean Nouvel. La sua Fondazione Cartier a Parigi è fantastica. Dall'altra parte della Manica, in Inghilterra, si è sempre lavorato in modo intelligente cercando di comprendere le esigenze del territorio, Norman Foster è andato su questa linea, soprattutto in passato. È quello il Foster che più mi piace con opere come la Willis Faber Dumas di Ipswich, dove venne utilizzato per la prima volta il muro di vetro». Ci dimentichiamo della Germania... «Parlerei più di Berlino, che negli anni è stata rivoluzionata. È difficile però trovarvi ancor oggi grandi personalità, forse perché ci hanno lavorato tantissimi stranieri». Gli Stati Uniti? «Sono il Paese della creatività personale, dove anche in architettura il gesto è più importante di ogni altra cosa. L'opera che ultimamente mi ha colpito di più l'ha però realizzata un giapponese, Yoshio Taniguchi, con l'ampliamento del MoMa». Lei non ha una grande opinione dell'Italia. Dice che da noi si conserva troppo e che siamo soffocati dalle leggi... «È vero. Non sono ottimista sul futuro dell'architettura italiana. C'è un'ossessione per i piani regolatori, per mantenere in piedi cose piccole in città piccole che invece avrebbero bisogno di trasformazioni profonde. Con quella figura assolutamente antidemocratica del sovrintendente, che blocca tutto. Per contro, avete ottimi architetti, Renzo Piano è straordinario. La sistemazione del Porto di Genova è molto bella. Poi c'è Vittorio Gregotti: nel mondo è quello che possiede la maggior, preparazione teorica. E un vero punto di riferimento». Addentriamoci nella sua filosofia: pulire il centro e rendere più vive le periferie. Ce la spieghi. «È una caratteristica soprattutto europea quella di avere le città divise in centro e periferia. Il primo è spesso rappresentativo ma poco vivibile. Poi abbiamo due tipi di periferia: quella ricca, dove si può vivere anche bene ma nella quale non ci sono servizi per la gente; e la povera dove non c'è nessuna delle due cose. Per questo bisogna intervenire: prima realizzando, appunto, delle sorta di mura, dei confini invalicabili per evitare periferie smisurate. E poi creando in quelle che già ci sono elementi. di centralità e ricostruendo dove c'è del brutto». Non abbiamo parlato delle megalopoli, come Città del Mexico, Il Cairo... «Per queste non ho ricette. Non le chiamerei città, il loro impianto deve ancora essere definito». Si ferma, ma poi aggiunge beffardo: «Sa, sono un po' vecchio, non posso essere all'avanguardia. Ma l'importante è avere la capacità di discutere e non dare sempre ragione ai giovani».
Rialziamo le mura
Oriol Bohigas, un architetto spagnolo, discute sull'architettura moderna e le sue idee sull'urbanistica. Secondo lui, le città europee stanno essere rovinando con le loro mura geografiche e legali, che limitano l'estensione delle metropoli. Bohigas sostiene che l'uso di grandi somme di denaro per realizzare opere architettoniche fuori dal contesto urbano è immorale e che i suoi colleghi più giovani sono troppo innamorati del colpo ad effetto. Ha anche parlato della sua esperienza con gli Olimpiadi del 1992 a Barcellona, che hanno trasformato la città e hanno portato montagne di denaro che hanno fatto sì che certi lavori si possano mettere in piedi.
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