MILANO Ormai è fatta. Milano perde definitivamente l'occasione di ospitare un museo dedicato a Enrico Caruso. Le migliaia di cimeli del celebre tenore, fin qui stipate in più alloggi, e molte volte trasferite di qua e di là, sono partite per la Toscana. Il Centro Studi Carusiani di Milano ha donato l'intera raccolta al Comune di Lastra a Signa, presso Firenze, che la sistemerà nel primo piano di Villa Bellosguardo, la residenza dotata di grande parco acquistata nel 1906 proprio dal celebre cantante. L'inaugurazione del nuovo spazio avverrà entro l'anno, nel quadro dei festeggiamenti per il centenario di quell'acquisto. L'annuncio dell'amaro epilogo di una lunga speranza - esporre a Milano i ricordi di un protagonista del canto d'opera ancora oggi idolatrato in tutto il mondo - è stato dato nei giorni scorsi da Luciano Pituello, presidente dell'Associazione Museo Enrico Caruso, nel corso di un incontro al Grand Hotel et de Milan. Proprio qui, l'11 aprile 1902, Caruso incise per la prima volta 10 brani d'opera per la Gramophone Company di Londra. Era l'indomani di un'altra storica fatica: sotto la direzione di Arturo Toscanini, aveva infatti interpretato al Teatro alla Scala l'ultima di 14 rappresentazioni dell'opera "Germania" di Alberto Franchetti. «Dopo tanta vergogna - dice Pituello-, finalmente Enrico Caruso andrà a star bene ritornando alla sua "Itaca", dove a suo tempo aveva già custodito le proprie memorie artistiche e familiari». Ma di quale "vergogna" si parla? Di una storia cominciata nel marzo 1985 con la donazione della raccolta al Comune di Milano. L'amministrazione accettava e si impegnava a ristrutturare la palazzina di via Francesco Sforza 23 come sede designata ad ospitare la raccolta. Spesa prevista, 823 milioni di lire. «Da adibire a Museo Enrico Caruso», era scritto sulla tabella di cantiere esposta sulla facciata dell'edificio. I lavori cominciarono nel 1988 e si fermarono, inspiegabilmente, un anno dopo. Vani furono i tentativi di Pituello di far riprendere i lavori nella direzione pattuita. Arrivò anche, nel 1995, a occupare simbolicamente l'edificio. Niente da fare: in quella palazzina, Caruso non sarebbe mai entrato. Passarono gli anni, con il combattivo Pituello che non si dava pace nel vedere compromesso il sogno di un museo milanese con le memorie dell'unico, vero tenorissimo della lirica mondiale. Dopo oltre 10 anni - spiega oggi il presidente del Centro Studi Carusiani -, Palazzo Marino offrì la possibilità di ospitare i cimeli in uno dei padiglioni dell'ex Ansaldo. La soluzione fu però ritenuta non congrua dalla sua associazione, che per tutta risposta intimò il Comune a onorare l'impegno a suo tempo assunto, pena la revoca della donazione. E fu la stessa amministrazione comunale a procedere alla revoca, con delibera del 18 maggio 1999. Nel frattempo, i cimeli venivano trasferiti in più punti della città e anche oltre, di trasloco in trasloco: al Palazzo Bandera di Busto Arsizio e a Milano in via Birolli e in uno spazio comunale in via Guastalla. Mobili, grammofoni e altri apparecchi di riproduzione musicale, scritti, dischi, locandine dei teatri, costumi di scena, spartiti, oggetti vari, disegni (Caruso era un bravissimo e instancabile caricaturista): in tanti pacchi, in tante scatole, in tanti plichi. Sembrava proprio che il grande tenore napoletano non fosse gradito nella Milano che si dice fulcro mondiale della lirica. Eppure, Enrico Caruso si esibì alla Scala in ben 51 recite, nelle stagioni dal 1900 al 1902. Conclude Pituello: «È stata un'offesa per l'associazione che io presiedo, nata appunto allo scopo di donare alla città un Museo Enrico Caruso, ma anche per tutte le persone che amano il teatro, privati per tanti anni del godimento di quei cimeli». Ma ora è acqua passata. Villa Bellosguardo, appartenuta al cantante dal 1906 al 1925, accoglie con entusiasmo i cimeli carusiani, stimati per un valore prudenziale di circa 1 milione 900 mila euro, mentre il sindaco Carlo Nanetti già annuncia grandi manifestazioni per celebrare l'avvenimento. Un "ritorno a casa", quello di Enrico Caruso, che per Milano sa di sconfitta. D'altronde, non è la prima collezione che questa città perde per strada.