Arte, storia dell'arte e, soprattutto, storici dell'arte. Categoria, quest'ultima, a rischio di sopravvivenza. Spodestata dal matrimonio scienza-politica, proletarizzata, demotivata, sta abbandonando lo scettro del potere e lascia sempre più spazio a cervelli "rosa", una volta ritenuti marginali. L'andazzo dimostra una volta di più che la perdita di peso di una disciplina si accompagna una femminilizzazione strisciante. Almeno secondo la tesi sostenuta negli Storici dell'arte e la peste. Ritirati sull'Aventino del sapere, quaranta più due signori dell'arte cercano una piattaforma diagnostica ai loro malesseri costellati di tanti punti interrogativi. Ma è proprio vero che la funzione dello storico dell'arte è finita? E che tale qualifica non sarebbe più ambita? La domanda è per Claudio Strinati, soprintendente speciale per il Polo Museale di Roma, una figura di primo piano nel panorama italiano dell'arte. «Non è affatto finita», risponde, «anzi è una qualifica ambitissima. Il problema è che lo storico dell'arte è uno dei più tipici rappresentanti della sopravvivenza della cultura umanistica nel nostro tempo e questa sopravvivenza è messa in discussione dalle strutture stesse della società che sembra non averne alcun bisogno. Noi viviamo in un'epoca che concepisce la dimensione della storia quasi solo come veicolo di ricatto, sopraffazione, inganno, delegittimazione di avversari. Quindi, in un'ottica aberrante del genere, l'arte non serve a niente e a nessuno. Contestualmente, data la diffusa crisi gravissima dell'occupazione, studiare storia dell'arte sembra una inutile perdita di tempo o un'attività da prediligersi per chi viva di rendita». Con la liaison politica-scienza nel campo delle strategie del patrimonio c'è qualche cosa da rimproverare ai politici? E agli storici dell'arte? «Ai politici c'è da rimproverare una disattenzione frequente verso la competenza dei tecnici della materia che non vengono incoraggiati, e a molti tecnici c'è da rimproverare una totale assenza di senso "politico" del proprio operare ma non tanto verso l'esterno quanto verso l'interno della propria categoria, sovente non percepita come tale». Ritiene che si da troppo spazio a una "mostrite"-spettacolo mentre questioni più urgenti vengono procrastinate, oppure le esposizioni sono diventate indispensabili alla divulgazione del nostro patrimonio? «Si dà spazio, normalmente, alle cose che interessano. Se qualcuno parla di "mostrite" vuol dire che esiste realmente un pubblico che si interessa a un tale fenomeno. Non c'è dubbio che in Italia si producano tantissime mostre e quelle più belle sono spesso quelle che hanno una componente spettacolare rilevante. "Spettacolare" non è per me un termine infamante ma per molti è indizio di superficialità e inutilità. Io non credo che sia così. Le esposizioni non sono diventate indispensabili alla divulgazione del nostro patrimonio. Lo sono sempre state. Non c'è dubbio che questioni più urgenti delle mostre vengano sovente procrastinate perché molto più difficili da risolvere». A proposito di mostre, è vero che lei aveva promesso contemporaneamente a tre diversi musei la "Fornarina" di Raffaello e il "Doppio ritratto" di Giorgione? «Sì, ma non con l'intento di nuocere a qualcuno in particolare. Colgo l'occasione per chiedere pubblicamente scusa a tutti coloro che abbiano subito danno».