Sarà in libreria martedì il libro-denuncia "Gli storici dell'arte e la peste" di Sandra Pinto e Matteo Lafranconi (Electa, 275 pagine, 19 euro). Il saggio, che fa il punto su cosa significhi oggi fare lo storico dell'arte, tra ricerca, docenza, tutela, promozione culturale, incarichi e consulenze, raccoglie le conversazioni tra gli autori e quaranta specialisti del settore. Pubblichiamo parte dell'introduzione. Nel libro, storici dell'arte italiani, sollecitati dagli autori in interviste individuali o a piccoli gruppi, ragionano di alcune questioni che. in questo momento e in prospettiva, si presentano come problematiche al massimo grado e investono la disciplina nella sua ontologia. [...] La sciagura risiede nella perdita di peso, di autorevolezza, di visibilità, di potere necessari ad affermare i fini della disciplina che sempre più sta interessando le figure di coloro che con coraggio e passione ma anche con pesanti disagi e mortificazioni la professano. Anche in presenza di eccezioni vistose quanto diversificate (Paolucci ministro al Collegio Romano, Settis autorità internazionale e advisor della politica. Sgarbi pop star mediatica), mai come adesso, infatti, la comunità italiana degli storici dell'arte si è sentita tanto figlia di un dio minoreo meglio diminuito, tanto tenuta al guinzaglio e usata per esclusivi scopi esterni,troppo spesso impropri, a scapito delle necessità primarie a servizio delle quali la disciplina, le professioni, le competenze (attenzione alle etimologie) hanno preso forma, si sono sviluppate [,..]La storia dell'arte come disciplina, sottratta al controllo degli artisti nelle accademie e portala nei licei e nelle aule universitarie per farla giungere solida e scientificamente strutturata al governo della cosa pubblica negli uffici ministeriali che andavano sorgendo in corrispondenza dell'evoluzione legislativa in materia di tutela, nasce in Italia negli anni che vanno dall'Unità fino al primo dopoguerra. [,..]Fra la metà degli anni sessanta e la fine dei settanta, [...]in un lasso di tempo paradossalmente delimitato da due sciagure di diversa natura, l'alluvione di Firenze e il varo della legge cosiddetta dei "giacimenti culturali", l'Italia della storia dell'arte è in grado di figurare nel mondo come un'avanguardia culturale riconosciuta. [...] Quando, alla fine dei settanta, la battaglia di questo fronte si poteva dire vinta, quando cioè la proposta culturale di un metodo italiano per lo studio e la conservazione delle geografie storiche di ventava traccia di indirizzo sposato dalla politica, [...]in quel momento esatto si verificò l'inizio dello spodestamento dello storico dell'arte. Fu ingenuo, probabilmente, pensare - se qualcuno mai lo pensò - che si sarebbe lasciato gestire quel danaro agli storici dell'arte giacché da che mondo è mondo i soldi non li hanno mai gestiti i tecnici, ma solo i politici. Ma di fatto la candidatura della categoria a farsi titolare di un "pacchetto" patrimonio in tutte le sue parti, compresa quella decisiva della gestione economicistica, fu archiviala poco più che con una risata. E fu così che la politica inventò e impose la formula del bene culturale inteso come risorsa [..] tradendo il progetto storico magno della conservazione nel momento esatto in cui lo sposava. [...] I1 matrimonio fra politici e storici dell'arte fallisce dunque sul nascere, fallimento condito dall'umiliazione dell'immediato convolo a nozze di politici ed economisti prima, e di politici e scienziati poi [...] Gli anni ottanta... «S'era nel decennio dei "grandi eventi"», scriveva Federico De Melis nella prefazione a La scoperta del museo. Ventisei guide sulla via dell'arte (1995), «in un inebriamento collettivo, favorito dalla selvaggia e oscura circolazione finanziaria e da un vacuo culto dell'immagine, il territorio, che s'era pensato come nuovo confine civile e culturale, diveniva spazio da cui dragare risorse, da spogliare nei suoi tratti storici: scompariva il paesaggio italiano. Le grandi mostre e i grandi restauri e il mercato più spregiudicato occupavano il campo. Senza troppi scrupoli conservativi si spostavano opere a scopi esibizionistici, e a scopi esibizionistici si promuovevano inutili e dannosi restauri [...] Ormai da anni, inoltre, lo svuotamento di potere della disciplina sta facendo lampeggiare diverse spie luminose, senza tuttavia generare ancora - ci pare - un allarme proporzionato alla serietà del problema. Una di queste è la progressiva femminilizzazione della disciplina. Data per incontrovertibile la straordinaria equità con cui intelligenza e talento usano distribuirsi fra maschi e femmine, sarà lecito interrogarsi sull'abbandono ormai quasi totale delle aule universitarie dedicate alla storia dell'arte [...] Altra spia luminosa. Uovo o gallina che sia, non si può fare a meno - parlando del malessere dello storico dell'arte - di evidenziare anche il processo della sua progressiva proletarizzazione. L'evoluzione del sistema sociale rende in effetti oggi la condizione economica media di uno storico dell'arte mediamente professionalizzato -ricercatore, funzionario o free lance - talmente precaria da farlo precipitare, non appena lo stipendio del malcapitato sia da considerarsi l'unica sua fonte di reddito, nell'ovattato limbo dei nuovi poveri.
Caro critico, non servi più
Il libro "Gli storici dell'arte e la peste" di Sandra Pinto e Matteo Lafranconi esce in libreria il 28 febbraio. Il saggio racconta le conversazioni tra gli autori e quaranta specialisti del settore, affrontando questioni come la perdita di peso, autorevolezza, visibilità e potere degli storici dell'arte. Il libro analizza la situazione attuale della disciplina, che è stata sottratta al controllo degli artisti e portata nei licei e nelle aule universitarie per farla giungere al governo della cosa pubblica. Il testo esamina anche la sciagura della perdita di peso e di autorevolezza degli storici dell'arte, che sono stati ingiustamente trattati come risorse da sfruttare.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo