Sarà Alberto Arbasino a inaugurare oggi Galassia Gutenberg, con un reading dal suo ultimo libro "Dall'Ellade a Bisanzio": appuntamento alle 18.30 nella Sala delle Prigioni di Castel dell'Ovo. Estate 1960. Suggestionati dai richiami alla cultura classica evocati dalle Olimpiadi che si sono appena svolte a Roma, un gruppo di amici s'imbarca alla volta della Grecia e della Turchia. «Credo di avere a disposizioni una dozzina di minuti, leggerò un breve brano sui battelli in navigazione tra le isole dell'Egeo», dice Arbasino. Napoli fu fondata da coloni greci: il primo nucleo sull'isolotto di Megaride, il luogo dove Arbasino leggerà il suo libro. Siamo in tema, dunque. «Il mio primo incontro con Napoli risale a moltissimi anni fa, quando si partiva dal Nord dei ghiacci e delle nevi per raggiungere il Sud del caldo e della luce», ricorda lo scrittore. «Allora gli inverni erano più rigidi. Ero ancora uno studente, sono nato nel 1930 e quindi faccia un po' lei il conto di quanto tempo è trascorso. Passavamo a Napoli le vacanze di Pasqua. Nella strada che da Palazzo Reale scende verso il lungomare c'era questo bar con i tavolini, Milton o Middleton mi pare si chiamasse. Si prendeva il primo sole della stagione, a un passo dal mare. Quella vista, quel cielo limpido, noi che finalmente ci liberavamo di cappotti e soprabiti. Da allora in città ci sono tornato un'infinità di volte: per tante ragioni, per qualche mostra o per tante belle serate al San Carlo. Oppure per incontrare i miei amici della Fondazione Napoli Novantanove, Maurizio e Mirella Barracco». Ha più ritrovato la Napoli lieve e solare della sua gioventù? «Il problema delle mutate condizioni della vivibilità riguarda un po' tutte le città italiane, non so se a Napoli sia più accentuato che altrove. Il peggioramento lo vedo molto evidente a Roma e a Milano, città che conosco meglio. Non si tratta di fare i nostalgici. Già al tempo dell'antica Roma c'erano quelli che dicevano: ah, quand'ero giovane era tutta un'altracosa. Non si tratta di questo ma di dati oggettivi. Le grandi città sono sovraffollate, funestate da teppisti e vandali che scrivono sui muri. A Roma l'imbarbarimento lo si nota non solo in periferia ma anche nelle vie del centro, piene dibuche, avvallamenti. Percorse da auto contromano e motorini che tagliano la strada ai pedoni. E non è solo questo. Le strade del centro sono ormai a misura di shopping per turisti, giapponesi e americani. Le gente non ne può più, basta dare un'occhiata alle lettere di protesta inviate ai giornali. La vivibilità dipende anche da questo, non soltanto dall'incremento della criminalità». L'autore di "Fratelli d'Italia", l'amico di Moravia e di Pasolini, l'uomo che ha fatto più volte il giro del mondo raccontando i suoi viaggi in bellissimi reportages mantiene fatalmente uno sguardo distaccato. Napoli nei suoi ricordi è una chiazza di sole, la città del buon vivere e della bella cultura. «Non credo che esista un caso Napoli, esiste semmai un caso Italia. Qualche mese fa ero nella bellissima piazza Dante per il Premio Napoli, con Raffaele La Capria e Silvio Perrella. Guardavamo i giornali: un fatto di sangue era avvenuto a pochi passi, credo all'altezza del Museo Archeologico. Ma non saprei dire se quella si può considerare ordinaria amministrazione o se era una giornata particolare: le cronache di Napoli le leggo soltanto quando sono a Napoli. Guardi però che in città in cui non accadono fatti di sangue accade dell'altro. Firenze e Venezia, per esempio, sono diventate irriconoscibili. Completamente asservite al turismo di massa, città in cui per fare un esempio non si può più acquistare una bella camicia cucita a ma-no e non si trovano altro che negozi con griffe globali, simili a quelli che si possono trovare negli aeroporti di tutto il mondo. E a Roma, la città nella quale vivo, è impensabile sedersi a un bar in via Veneto o in piazza Navona. L'ho fatto per anni, ma ormai anche quelli son posti per turisti. Che forse non fanno caso al rumore, alle incursioni dei teppisti o alle molestie degli accattoni. Lo stesso vale per via Manzoni o via Montenapoleone a Milano. Tutti segni di un indiscutibile peggioramento, anche se qui ci vorrebbe un termine più forte, della nostra vita». Tra le tante avventure vissute da Arbasino c'è anche quella da politica: quattro anni da deputato del Partito repubblicano e componente della commissione Cultura, Turismo e Spettacolo. «Conoscevo bene i leader repubblicani Spadolini e Visentini, che nel 1983 mi chiesero di candidarmi alla Camera: c'era allora un grave distacco dei giovani dalla politica, si pensò con la mia candidatura di dare un'immagine più colta e aggiornata di un partito composto soprattutto da padri della patria. Con mia grande sorpresa mi trovai eletto. La presi sul serio, per quattro anni feci vita da impiegato andando in Parlamento tutti i giorni. Sono laureato in Giurisprudenza e i miei colleghi mi davano da studiare un'infinità di disegni di legge. "Fai tu", dicevano, "che ci capisci più di noi. Fai tu", ma il lavoro era enorme. In quegli anni era presidente della Camera Nilde Jotti, donna cortese e affabile ma di grande fermezza, in tutto simile alla preside del mio liceo a Voghera. Conobbi Rosa Russo Iervolino, che poi ho ritrovato sindaco di Napoli. Con lei e con Antonio Bassolino mi sono incontrato in occasioni ufficiali, li trovo personaggi civili e gradevoli. Tra noi ci sono stati scambi di cortesie più che opinioni, ma sappiamo di essere d'accordo senza bisogno di dircelo».